Montecolino 1944

L’incontro Segreto fra il Comandante J.V. Borghese, ufficiali tedeschi, americani e inglesi.

Il Comandante Borghese non ha voluto lasciare traccia nella sua agenda di servizio di due giorni di metà novembre 1944. Come aveva già fatto nel mese di giugno del medesimo anno, in occasione dell’attacco dei “chariots” inglesi al “Bolzano” e dei tre “gamma” di “Mariassalto”. Uffi cialmente aveva annotato che era andato a Milano e a Torino, quando invece non si era mosso dal Muggiano. Rispondiamo alla domanda dei due giorni non segnalati in merito al mese di novembre.

Il Comandante era a Villa Beretta sull’isoletta di San Paolo del Lago d’Iseo con la famiglia, con il suo uffi ciale d’ordinanza Mario Bordogna, un uffi ciale tedesco e con Pasca Piredda sua segretaria particolare e capo dell’Uffi cio Stampa della Decima.

La stessa racconta così la mattina del 16 novembre 1944:

Nel 1943 l’Italia perse la guerra ed anche l’unità. Per semplifi care lo studio e agevolare la comprensione dei turbolenti avvenimenti di quell’anno terribile e di quelli che immediatamente seguirono, gli storici hanno sempre parlato di due stati italiani: il cosiddetto Regno del Sud, formalmente sottoposto all’autorità del re Vittorio Emanuele III, transfuga a Brindisi col governo del generale Badoglio, e la Repubblica Sociale

Italiana, soprannominata con intento dispregiativo Repubblica di Salò, fi ngendo di ignorare che nella ridente cittadina in riva al lago di Garda avevano sede soltanto alcuni ministeri del governo della Repubblica, e nemmeno i più importanti.

In realtà le forze in campo erano molto più numerose e variegate; fu anzi quello un periodo in cui la naturale tendenza individualistica degli italiani poté trovare il massimo sfogo, non sentendosi essi vincolati più ad alcuna autorità, visto che quello Stato, che, pur dopo molti tentennamenti, aveva deciso di entrare in guerra tre anni prima, si era ormai sciolto come neve al sole.

Il Feldmaresciallo Kesserling in ispezione sul territorio italiano

Comunque una distinzione tra Nord e Sud appare chiarissima fi n dal primo momento.

Al Sud, occupato dalle truppe degli Alleati sbarcati prima in Sicilia poi ad Anzio, il governo di Badoglio, costituiva l’unica scelta “regolare” possibile. Esso era sostenuto dalle truppe vittoriose degli anglo-americani e quindi, nonostante fosse basato sul tradimento del primo alleato tedesco e nonostante fosse chiaramente succubo del potere degli occupanti, riceveva da questi ultimi la propria pur se vergognosa legittimazione.

Al Sud insomma ogni diversa tendenza o organizzazione era comunque predestinata alla clandestinità. Sia ben chiaro che ciò non signifi ca che il Regno del Sud fosse uno Stato indipendente e sovrano; il vero potere era infatti nelle mani degli alleati anglo-americani, non solo sostanzialmente su tutta l’Italia meridionale, ma addirittura formalmente su tutte le province diverse da quelle di Bari, Lecce, Brindisi e Taranto. Infatti, mentre queste ultime costituivano formalmente il Regno del Sud, la Sicilia la Calabria e tutte le altre regioni meridionali, a mano a mano che venivano occupate dagli alleati, entravano sotto la giurisdizione del cosiddetto AMGOT

(Allied Military Government for Occupied Territories), dove il governo Badoglio non godeva neanche del simulacro di potere che gli veniva attribuito in Puglia.

Al Nord invece si verifi cò per un certo tempo un vuoto di potere, almeno dal punto di vista italiano. Con la fuga del re, l’Italia settentrionale rimase automaticamente senza un governo regolare; restavano le truppe tedesche che ancora tenevano saldamente gran parte del territorio, ma non c’era più una vera e propria organizzazione statale. Tutto era affi dato alla volontà e alle tendenze politiche dei singoli: troppo poco per evitare il caos. Era indispensabile creare qualcosa che riempisse il vuoto, prima che l’unica forza regolare ancora presente, l’esercito germanico, prendesse completamente le redini di un territorio, che dopo il vergognoso voltafaccia dell’infi do alleato, poteva considerare a ragione sua terra di conquista. Infatti, dopo appena tre giorni dall’8 settembre, e precisamente l’11, il feldmaresciallo tedesco Kesserling emanò un’ordinanza in cui si dichiarava che tutto il territorio italiano veniva assoggettato all’esercito germanico.

Mussolini quindi fece l’unica scelta possibile: come il capitano di una nave in pericolo egli preferì rimanere al suo posto, anche se dal punto di vista personale sarebbe stato più facile e più conveniente abbandonarlo.

Il suo sacrifi cio eroico consistette proprio nell’aver creato uno Stato intorno a cui si potessero aggregare volontariamente tutti gli italiani che ancora credevano nella Patria; e la parola “volontariamente” è sottolineata proprio perché nulla obbligava o aveva obbligato i giovani che fecero quella scelta ad abbracciare una causa che appariva già in partenza senza speranza. L’unico motivo poteva essere, e in effetti era, la volontà di salvaguardare l’onore della Patria.

La R.S.I. fu insomma la prima repubblica italiana e l’unico stato italiano sovrano in quel periodo, alleato e non succubo dei tedeschi, a differenza del Regno del Sud, che valendo ancora il regime di armistizio (resa incondizio-

nata), non era un governo sovrano, ma completamente sottoposto ai vincitori anglo-americani. Questa non è un’affermazione di parte, ma è la sintesi di una sentenza emessa molto dopo la fi ne della guerra (il 26 aprile 1954), dal Tribunale Supremo Militare.

Comunque, uno dei problemi fondamentali e più sentiti da tutti quelli, che non badavano soltanto a salvare se stessi, ma avevano a cuore anche il futuro della nazione italiana, era la salvaguardia dei confi ni nazionali. Questi sembravano tutti in pericolo, ma certamente la pressione maggiore si avvertiva sul confi ne nord orientale, dove i partigiani jugoslavi di Tito, appoggiati dalla Russia e da gruppi di partigiani italiani appartenenti alla brigata Garibaldi, cercavano di occupare la maggiore estensione possibile di territorio italiano, spingendosi ben più all’interno della Dalmazia e dell’Istria. Si poteva notare infatti che le truppe di Tito, con la loro violenza e pressione incessante, tendessero a risolvere a favore della sola minoranza slava il problema sempre presente delle minoranze etniche dell’Istria e della Dalmazia. Fin dai tempi della Repubblica Serenissima di Venezia la popolazione della costa era quasi completamente italiana, con una piccola minoranza slava specialmente a Fiume. All’interno invece era presente l’elemento slavo, anche se per la maggior parte perfettamente integrato nell’organizzazione statale italiana. L’azione di Tito e della Russia, dettata non solo da problematiche etniche, ma anche politiche, tendeva a trasformare la minoranza slava della costa in maggioranza, costringendo gli italiani, come effettivamente avvenne, ad abbandonare le loro case ed i loro beni nelle mani dei montanari slavi. Ovviamente tutto questo poté avvenire perché gli slavi instaurarono un regime di terrore, con i ben noti episodi di genocidio, che videro ben 35.000 italiani soccombere e scomparire nelle foibe carsiche.

Della situazione erano consapevoli sia i combattenti italiani del Regno del Sud che della RSI al Nord.

Ma né gli uni né gli altri potevano intervenire direttamente. Gli italiani del Sud erano inquadrati di fatto come cobelligeranti agli ordini dei generali americani e inglesi, e nonostante ciò, a causa del recente tradimento dell’alleato germanico, erano guardati con sospetto dagli stessi nuovi alleati. Questi ultimi peraltro, essendo essi stessi alleati della Russia e quindi della Jugoslavia, non avrebbero mai potuto decidere qualsiasi azione a danno di questa per favorire i cobelligeranti italiani.

Al Nord, anche se apparentemente gli interessi della RSI e dei tedeschi potevano sembrare coincidenti, qualunque azione dell’esercito germanico, che pure resisteva a Tito nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, era dettata da interessi che prescindevano completamente dalla salva-

guardia del territorio nazionale italiano.

Inoltre anche al Nord i tedeschi non si fi davano degli italiani e quindi la RSI fi niva per avere soltanto la funzione, peraltro fondamentale, di assicurare una sovranità ed uno Stato italiano su territori che altrimenti sarebbero stati campo di battaglia e provincia germanica.

Isola di San Paolo (Lago Iseo) che la famiglia Beretta aveva gentilmente concesso alla famiglia del Comandante Borghese nel 1944

A questo punto appare chiaro che qualunque azione tendente a proteggere i confi ni orientali della Patria poteva partire solo da organizzazioni patriottiche clandestine. E poiché al Nord i patrioti italiani aderivano alla RSI, le organizzazioni clandestine in questione potevano essere solo quelle fasciste del Sud. Perché queste ultime potessero esercitare la loro azione anche al di fuori delle regioni meridionali erano necessari dei collegamenti, segreti e clandestini anch’essi.

Il compito di concretizzare questi collegamenti toccò a dei reparti scelti della Marina italiana, che, per il fatto di trovarsi dislocati su tutto il territorio nazionale al momento della tragica divisione dell’Italia nel ‘43, costituirono automaticamente un collegamento tra Nord e Sud. I reparti in questione furono in particolare i Nuotatori Paracadutisti e la Xa Flottiglia MAS, ma è ovvio che la loro azione non fu dettata soltanto dall’aspetto logistico o da circostanze fortuite, ma soprattutto dall’amor di Patria che animava questi semplici e puri eroi.

In particolare la Xa Flottiglia MAS, grazie al suo comandante M.O.V.M. Junio Valerio dei principi Borghese, prese in mano le redini della situazione e, pur avendo la propria sede nel Nord, fece da tramite fra i Fascisti del Sud e gli italiani della RSI e anche i tedeschi e gli alleati anglo-americani.

Il Comandante Borghese non era certamente un gerarca fascista né un rappresentante dell’apparato di regime; i suoi princìpi ideali lo portavano in quei bui momenti a guardare innanzitutto al futuro dell’Italia, al fatto che gli italiani, anche se al momento divisi e purtroppo nemici, avrebbero dovuto ritrovare domani una Patria comune, in un tempo di pace futuro. A conferma e compendio della

sua attività basti ricordare il convegno segreto da lui organizzato presso l’idroscalo di Montecolino, sul lago di Iseo, sede di una base della Xa Flottiglia MAS e vicinissimo alla residenza della sua famiglia.

Il convegno fu sollecitato tra l’altro nientemeno che da Churchill, da sempre in trattative segrete con lo stesso Mussolini.

Proprio per mantenere la segretezza richiesta dagli anglo-americani, il Comandante Borghese non ha voluto lasciare traccia nella sua agenda di servizio di due giorni di metà novembre 1944. Come aveva già fatto nel mese di giugno del medesimo anno, in occasione dell’attacco dei “chariots” inglesi al “Bolzano” e dei tre “gamma” di “Mariassalto”. Uffi cialmente aveva annotato che era andato a Milano e a Torino, quando invece non si era mosso dal Muggiano (La Spezia).

Il Comandante era a Villa Beretta sull’isolotto di San Paolo del Lago d’Iseo con la famiglia, con il suo uffi – ciale d’ordinanza Mario Bordogna, un uffi ciale tedesco e con Pasca Piredda sua segretaria particolare e capo dell’Uffi cio Stampa della Decima.

Ma vediamo cosa accadde nel racconto della stessa Pasca Piredda:

Di prima mattina ho visto arrivare un motoscafo pilotato da un marò della Decima e salire a bordo il Comandante Borghese con Donna Daria. Ho chiesto alla moglie del Comandante dove stavano andando così presto e di essermi sentita rispondere che c’era un convegno al quale doveva essere presente come unica interprete (parlava cinque lingue correttamente). Dopo alcune ore, Pasca Piredda, vide rientrare il motoscafo, dal quale scesero il Comandante e sua moglie, questa con un block notes in mano, senza dire una parola su quanto era avvenuto.

Ma cos’era avvenuto? Di tutto ciò che ha scritto il Comandante Sergio Nesi a tal proposito, si era interessato anche il Prof. Renzo De Felice, comunque noi riportiamo lo scritto di Nesi: “Il 16, un motoscafo della Decima pilotato dal marò Caviglia di Sarnico prelevò dall’Isola di San Paolo il Comandante Borghese e Donna Daria Ol-

soufi eff e li porto alla base di Montecolino. Da alcuni giorni le strade di accesso alla località erano state bloccate da militari germanici, come rammentano ancora oggi personaggi o storici della Resistenza locale.

La palazzina del Comando era circondata da un reparto in armi di marò dei Reparti Navali della Decima (mostrine azzurre) al comando del Tenente Ezio Tartaglia. Entro breve termine arrivarono i partecipanti a quella riunione ultra-segreta, presieduta dal Comandante Borghese, che faceva gli onori di casa: il C.V. Fausto Sestini per il Ministero della Marina Repubblicana; il Generale Giuseppe Violante comandante della Divisione “Etna” della G.N.R.; la M.O.V.M. Barracu per il Governo della R.S.I.; l’ambasciatore tedesco Rahn; L’Obergruppenfuhrer delle S.S. Karl Wolf; alti uffi ciali inglesi, plenipotenziari in rappresentanza del Capo del Governo Winston Churchill e del Maresciallo Bernard Law Montgomery; alti uffi ciali americani, plenipotenziari del proprio Governo e del Maresciallo Eisenhower; altro personale minore. Interprete unica: Donna Daria Borghese.

Il convegno, fu elaborato e sollecitato dallo stesso statista inglese; i suoi plenipotenziari erano latori infatti, di un piano ultra-segreto che, se avesse avuto un seguito, avrebbe rovesciato le sorti della guerra e cambiato faccia al mondo attuale. Le proposte erano le seguenti:

1 )Riconoscimento uffi ciale della R.S.I. e contemporaneo armisti-

zio con il medesimo Stato.

2) Rovesciamento del fronte, con le FF.AA. della V Armata americana e della VII Armata britannica all’attacco del fronte orientale contro la Russia.

3) Sfruttamento delle FF.AA. tedesche operanti in Italia in ap-

poggio alle FF.AA. Alleate.

4) Intervento delle 4 Divisioni italiane della R.S.I. (Littorio, Monterosa, Italia e San Marco) nonché della Divisione Decima, in coordinamento con le predette armate.

Alla domanda del Comandante Borghese, perché gli Alleati non volessero coinvolgere anche le FF.AA. del Regno del Sud, da parte inglese fu risposto che non potevano fare nessun affi damento su quel Governo, con troppi uomini legati alla Russia in nome dell’ideologia comunista. (Omississ).

L’incontro si concluse con un nulla di fatto. Qualcosa però dovette essere stato scritto e forse Churchill, tra le altre carte, andò cercando nell’immediato dopoguerra anche quelle testimonianze per lui così compromettenti.

La lungimiranza politica dello statista inglese, che, dando prova anche in questo caso del suo intuito politico e del suo spregiudicato opportunismo, aveva capito in anticipo da quale parte stesse il vero nemico, non fu però corrisposta dagli alleati americani, che bocciarono in toto le proposte, in omaggio alla lealtà all’amico” Stalin.

È da notare peraltro che questo atteggiamento degli anglo-americani, che vedeva gli inglesi più favorevoli a queste problematiche prettamente italiane di quanto non lo fossero gli americani, è da ritenersi una posizione di vertice. A livelli operativi infatti questa tendenza appare addirittura opposta: i servizi segreti americani e precisamente l’O.S.S. (Offi ce of Strategic Services) era e si comportava in modo assolutamente anticomunista, per cui agiva concordemente agli interessi italiani al confi ne orientale.

Al contrario gli uffi ciali e gli agenti inglesi si dimostrarono sempre molto diffi denti nei riguardi degli italiani, evitando addirittura di utilizzare le nostre forze armate in settori strategici nel periodo della cobelligeranza. Anzi, l’atteggiamento degli uffi ciali inglesi ebbe a volte conseguenze drammatiche, come quando il comandante della brigata partigiana Osoppo, costituita quasi completamente da Alpini italiani, chiese ai Nuotatori Paracadutisti di unirsi per fare fronte comune contro le truppe di Tito che stavano occupando l’Istria e la Venezia Giulia. Questi contatti furono resi noti ai comunisti dalla delazione di alcuni uffi ciali inglesi; la conseguenza fu che i partigiani comunisti provocarono volontariamente la strage fratricida di Porzûs, bloccando sul nascere ogni tentativo di accordo per fermare gli slavi. Questo episodio è stato narrato pochi anni fa in un fi lm, intitolato appunto “Porzus”, la cui veridicità è confermata dal fatto che la critica di sinistra fece di tutto per stroncarlo.

Comunque, anche se il convegno di Montecolino, ancora in gran parte avvolto nel mistero, ha il fascino delle cose che non si sono realizzate, esso rappresenta solo un aspetto di un’azione molto più vasta, che può essere sinteticamente identifi cata con il piano dell’ammiraglio De Courten.

Questo piano aveva essenzialmente due obiettivi: salvare le industrie del Nord da eventuali rappresaglie tedesche e salvare la Venezia Giulia dall’occupazione degli slavi di Tito.

De Courten stava al Sud mentre l’esecuzione del piano doveva per forza di cose essere affi data a chi invece stava al Nord, cioè al Comandante Borghese e a alla X MAS.

Furono molti gli emissari che clandestinamente attraversarono le linee e si recarono dal comandante Borghese per concordare queste azioni, ma per la maggior parte quest’ultimo aveva già provve-

duto autonomamente e di sua iniziativa. Basti ricordare la difesa degli impianti della FIAT a Torino e delle installazioni del porto di Genova nonché di Porto Marghera, dove alcuni uomini “Gamma” riuscirono a disinnescare i contatti elettrici delle mine deposte dai tedeschi. Per quanto riguarda invece la difesa della Venezia Giulia, Borghese aveva già inviato a Trieste il comandante Lenzi della X MAS per organizzare lo sbarco della Marina del Sud, che sarebbe dovuto avvenire con reparti del battaglione San Marco e con l’utilizzo di sole navi italiane e con la protezione del gruppo di artiglieria “Colleoni” della divisione “Decima”.

A questo proposito erano già stati raccolti circa 5000 volontari tra le Forze Armate del Sud.

Il piano De Courten era segretissimo, ignoto al governo italiano del Sud e allo stesso comando militare italiano. In effetti esso era stato elaborato dal comando in capo dell’VIII armata britannica, in perfetta sintonia col primo ministro Churchill, e lo scopo precipuo dello sbarco a Trieste, non essendo certo quello di favorire gli interessi italiani, era semplicemente quello di aprire un varco verso l’Austria e la Cecoslovacchia, in modo da arrivare a Berlino prima dei Russi.

La segretezza era richiesta dal fatto che l’atteggiamento molto più ingenuo e meno lungimirante degli Americani non poteva essere che avverso a un piano del genere, in perfetta sintonia con quanto avvenne in effetti a Montecolino. Gli americani insistevano a rispettare gli accordi e le spartizioni decise a Yalta, mentre i vertici inglesi, forse perché europei e quindi più vicini al vero nemico, già avevano capito quello che poi sarebbe diventato evidente con il sorgere della

Dar’ja Vasil’evna Olsuf’eva in Borghese moglie del Comandante, ha partecipato all’incontro di Montecolino in qualità di interprete. Bordogna aveva accompagnato il Comandante della X Flottiglia MAS, da Piazzale Fiume – Milano, sino alla residenza familiare dell’Isola di San Paolo. Poi li ha visti partire assieme, ed è rimasto con un Marò a guardia dei fi gli, sino al loro ritorno.

cosiddetta guerra fredda.

Questi intrighi imponevano la massima segretezza e l’utilizzo di spie e clandestini, che potevano essere reclutati solo tra le forze scelte del Sud. L’eroismo e l’italianità di questi uomini li spingeva a lavorare perché queste azioni, ideate per una causa diversa, potessero ottenere come risultato anche la salvezza dei territori italiani orientali. In questo senso, e solo in questo, la politica inglese e quella dell’Italia, quella vera, paradossalmente concordavano.

Ma lo sbarco purtroppo non si fece. Infatti, anche se i vertici inglesi (Churchill in primo luogo) e alcuni uffi ciali americani (ma non il presidente Roosevelt, purtroppo) avevano già capito che il vero nemico ormai si trovava a Est e che era folle continuare ad appoggiarlo.

La speranza che gli schieramenti in campo potessero essere stravolti e modifi cati secondo quanto previsto dal piano De Courten o dagli accordi di Montecolino era quantomeno audace.

Da documenti della Marina del Sud dell’epoca, risulta infatti che il comandante Borghese e la sua Xa Flottiglia MAS erano considerati elementi pericolosi e poco affi dabili dai vertici alleati che detenevano effettivamente il potere nell’Italia meridionale. Un loro eventuale intervento poteva essere ammesso solo in chiave anti tedesca e si pretendeva persino che per partecipare all’azione rinunciassero ai loro vessilli e alle loro insegne. Inoltre un’alleanza militare con la R.S.I., che gli alleati vedevano ancora come l’erede dello Stato fascista di un tempo, avrebbe provocato una rottura immediata con i russi. Cosa che, come la storia insegna, avvenne poi ugualmente; ma gli alleati, e in particolare gli americani, non se la sentirono di fare il primo passo, lasciando che fosse Stalin a mostrare il suo vero volto a guerra fi nita.

E così gli eventi precipitarono verso gli esiti che sappiamo, ma almeno l’intensa azione clandestina fece sì che le richieste slave, uffi cializzate al tavolo della pace, non venissero accolte. Infatti, all’inizio del 1946, cioè a guerra abbondantemente fi nita, le rappresentanze delle quattro potenze vincitrici cercarono di defi nire la questione del confi ne italo-jugoslavo.

Le richieste jugoslave prevedevano una linea di confi ne addirittura molto più a ovest del corso dell’Isonzo, per cui città come Gorizia, Trieste, Monfalcone, Cividale e Grado sarebbero state inglobate nel territorio jugoslavo. Mentre l’Unione Sovietica appoggiava quasi completamente queste richieste, gli alleati occidentali si mostravano molto più clementi nei riguardi dell’Italia.

In particolare gli Stati Uniti prevedevano che solo Fiume, Abbazia e le zone interne dell’Istria nonché naturalmente tutta la Dalma-

zia fi nissero in mano jugoslava, mentre invece gli inglesi furono più duri, confermando il fatto che tutte le azioni segrete del piano De Courten e di Montecolino non erano certo dovute a benevolenza nei nostri riguardi. E l’Italia, anche se con lunghi e faticosi sforzi e con il sacrifi cio di altre vittime innocenti, riuscì almeno a salvare Trieste e quel piccolo entroterra che fu in seguito denominato Zona A.

Questo risultato, certamente non trascurabile anche se solo parziale, lo si deve anche all’azione dei clandestini fascisti, che, mantenendo fede all’alleanza con il popolo tedesco, difesero l’onore d’Italia e conquistarono la stima e l’ammirazione del nemico, che invece disistimava profondamente Badoglio e i badogliani.

Quegli americani e quegli inglesi, che avevano imparato ad aver fi ducia nei sentimenti anticomunisti di una falange di uomini di élite capaci di mantenere la parola data e di costituire la spina dorsale dell’anticomunismo in Italia, si stavano preoccupando sempre più seriamente del brutale espansionismo comunista verso ovest.

Essi ritennero che si poteva ancora aver fi ducia in quell’Italia nata dalla sconfi tta (e prona davanti al P.C.I.), proprio per la presenza di quella schiera di uomini capaci di combattere il comunismo non solo con le armi della politica, ma anche con tutti gli altri mezzi e senza mai scendere a patti. Pertanto proprio quegli americani e inglesi contrastarono gli altri anglosassoni, che superfi cialmente volevano appoggiare Tito in tutte le sue deliranti richieste, e intervennero intelligentemente affi nché l’Italia non subisse una punizione ancora più grave.

L’incontro si concluse con un nulla di fatto. Qualcosa però dovette essere stato scritto e forse Churchill, tra le altre carte, andò cercando nell’immediato dopoguerra anche quelle testimonianze per lui così compromettenti.

Scrisse il Comandante Sergio Nesi:

Il più impenetrabile silenzio

ha coperto questo avvenimento per quasi mezzo secolo.

Ora si è aperto questo spiraglio.

Fonte: Atti del Convegno di Napoli dell’8 novembre 1998. Comunicazione di Paolino Vitolo (La Presidenza ed il Consiglio Direttivo dell’Associazione Combattenti Xa Flottiglia MAS ringraziano per il nulla osta alla pubblicazione).

Nota:

Di seguito, ho voluto inserire il “Memoriale del ‘56”, indirizzato all’ammiraglio De Courten da uno degli Eroi di Alessandria d’Egitto, che, riporto integralmente per favorire il lettore a farsi una propria opinione sui fatti accaduti nel nordest d’Italia, senza nessun tipo di “depistaggio ideologico”…

Qualcuno, potrebbe obbiettare sulla veridicità di questa vicenda. Vorrei evidenziare però, che sono trascorsi oltre 80 anni da quegli eventi, non credete che ci si dovrebbe domandare il perchè diffondere queste notizie ora, se non per divulgare la verità fi no a oggi taciuta o distorta?… Mi viene da pensare che alcune vicende, qualora rese pubbliche, possano smontare il castello di carta creato ad arte a danno della parte contrapposta. Quello che a me incuriosisce su questa vicenda, è il pensare se questo fosse alla fi ne realmente accaduto… forse, l’Europa intera avrebbe avuto un destino diverso…

Ma quest’ultima cosa è e resterà solo nei miei sogni.

IL MEMORIALE MARCEGLIA 1956 IL MEMORIALE MARCEGLIA 1956 Capitano (G.N.) M.O.V.M. Antonio Marceglia Capitano (G.N.) M.O.V.M. Antonio Marceglia

Egregio ammiraglio, Le riporto la relazione della mia missione nell’Italia occupata

sulla scorta dei ricordi ormai vecchi di 11 anni.

Rientrato dalla prigionia in Italia nel maggio del 1944, cercai immediatamente di fare qualcosa nella speranza che la mia opera potesse ancora essere utile. Aggregato a MARIASSALTO, cercai di rimettere in effi cienza con l’ausilio dell’Arsenale di Taranto l’unico apparecchio piuttosto scassato che ci aveva lasciato il gruppo inglese del T.V. Hobson e progettai con esso un’azione contro la CAVOUR ancora ormeggiata a Trieste.

Il programma di tale azione lo esposi insieme al S.T.V. Conte al C.V. Rossi, allora Capo di Stato Maggiore della Forza Navale dell’amm. Da Zara. Noi trovammo in tale occasione un ambiente abbastanza favorevole.

Nell’ottobre mi incontrai a Taranto col Cap. comm. Makaus, che era rientrato da una missione di tre mesi da un gruppo dell’I.S. sulle coste dell’Istria.

Discutemmo a lungo sulla situazione locale della Venezia Giulia – Era evidente che l’organizzazione dei partigiani di Tito raggruppati nel IX Korpus era di gran lunga predominante e che godeva della piena simpatia degli Inglesi.

Altre notizie me le procurai dal bollettino riservato pubblicato dal S.I.S. e ordinato dal prof. De Castro che usciva periodicamente. Cominciai a pensare se era possibile organizzare qualche cosa da parte italiana che si opponesse effi cacemente alla penetrazione slava.

A Taranto, assieme al T.V. Robba, aiutante di bandiera dell’amm. Manfredi, al G.M. Zar ed a altri costituimmo la Lega degli Adriatici, i cui scopi pubblici erano l’assistenza per i militari e i civili giuliani allora dislocati a Taranto e la raccolta di notizie per loro interessanti; lo scopo invece occulto era di mantenere saldo il vincolo nazionale e di selezionare elementi adatti da essere inviati oltre linea per

costituire gruppi di resistenza patriottica a carattere italiano.

Di tale nostra idea fu reso partecipe mediante una relazione l’amm. Manfredi e fu fatta anche una lista di uffi ciali e truppa idonea a questo scopo.

La Lega però abortì, i pareri erano molto discordi; alcuni erano rimasti legati al ricordo dell’Impero austro-ungarico e del benessere a Trieste nel 1915, in particolare i marittimi; altri erano di idee indipendentiste e sognavano lo stato libero; pochi erano favorevoli a Tito e fra questi bisogna ricordare lo Svoboda, un agente di Tito che poi pubblicò le sue memorie, se non sbaglio sulla Settimana Incom; solo gli uffi ciali e pochi altri erano rimasti attaccati alla nostra bandiera.

Finalmente nel gennaio 1945 comparve a Taranto il comandante Resio, che era il capo dell’uffi cio D del S.I.S.. Questo uffi cio, che era quello operativo, agiva in stretto collegamento col S.C.I. americano che aveva gli stessi compiti.

La missione Zanardi dell’estate del 1944 aveva dimostrato che l’unico punto di sicuro accordo fra NORD e SUD era la difesa dei confi ni orientali ed era necessario coordinare tale difesa. Gli Americani, più realisti degli Inglesi in queste cose e non legati dall’accordo Tito-Alexander, erano a noi favorevoli, ma non volevano comparire pubblicamente e pertanto ci lasciavano fare.

Era necessario che un agente italiano speciale che volesse operare nell’Italia occupata avesse un incarico dal S.C.I., cioè che le due missioni italiana e americana fossero abbinate.

Nel novembre del 1944 erano stati catturati dagli Americani alcuni marò del battaglione N.P. della X M.A.S.. Comandante di questo battaglione era il cap. G.N. Buttazzoni. I prigionieri avevano affermato che il Buttazzoni era di sentimenti poco ortodossi dal punto di vista fascista e che frequentemente aveva avuto degli scontri con dei gerarchi della R.S.I..

Era pure noto che i tedeschi della S.D. stimavano che gli elementi degli N.P. fossero particolarmente adatti a missioni oltre le linee e pertanto non perdevano occasione per effettuare dei reclutamenti, più o meno col benestare del comandante degli N.P..

Sulla base di queste notizie, gli Americani decisero di cercare un collegamento col Cap. Buttazzoni, prospettandogli la possibilità di immettere elementi di sua fi ducia nei reparti S.D., che una volta inviati nell’ITALIA del SUD portassero notizie sulle operazioni del S.D. e sulla sua attuale composizione.

Il comandante Resio cercava un uffi ciale disposto a passare le

linee e che fosse conosciuto sia dal Com.te Borghese che dal cap. Buttazzoni. Mi offersi per fare la missione e dopo pochi giorni raggiunsi Roma. Qui il com.te Resio mi mise al corrente degli scopi della missione e sulla situazione nell’Italia settentrionale. Altre notizie le ebbi dal com.te Cigala Fulgosi e dal prof. De Castro. Altre le cercai dal dr. Pitano mio concittadino e già sindaco di Trieste.

Gli Americani nel frattempo mi mettevano al corrente sulla dislocazione dei reparti della X Flottiglia M.A.S. e su quella degli speciali centri di addestramento della S.D. (Sicherheit Dienst).

Ai primi di febbraio mi trasferii a Firenze, dove mi furono forniti i necessari documenti di copertura; andavo al nord col mio nome, ma con documenti dai quali risultava che ero stato congedato per malattia dal comando della G.N.R. di Firenze.

Verso il 7 di marzo raggiunsi la linea a Seravezza (Forte dei Marmi) e fui aggregato ad una corvée di partigiani destinati a portare rifornimenti ai reparti dei Patrioti Apuani che agivano al di là della linea con base a Forno (Carrara).

Il passaggio della linea avveniva sopra l’Altissimo, ma ormai con l’avvicinarsi della primavera era diventato più diffi cile, perché i reparti tedeschi e della “Monterosa” uscivano spesso in pattuglia.

Facemmo un primo tentativo, che fu sospeso sia perché la guida era poco sicura, sia perché incontrammo una pattuglia di partigiani che veniva al sud e che era saltata su delle mine.

Il giorno dopo, era il 10 marzo, rifacemmo il tentativo con un gruppo più leggero di 8 persone e una guida esperta.

La marcia ebbe inizio verso le 6 di sera, e alle 2 di notte eravamo in vetta; ma appena oltrepassata fummo presi di infi lata da nutrite raffi che di mitragliera, probabilmente un’imboscata di reparti della Monterosa, che avevano osservato il traffi co che avveniva in quel punto della linea.

Perdemmo contatto e rimanemmo in tre: un sottotenente partigiano, io e un esponente del C.L.N. (mi sembra che si chiamasse Punini o Faccini), nessuno esperto della zona.

Come Dio volle, all’alba eravamo all’Antona, un piccolo paese sui monti che era in mano partigiana; di lì raggiungemmo Forno dov’era il comando della Brigata Patrioti Apuani tenuto da don Pietro, un ex prete, poi prefetto di Carrara. Fattomi riconoscere, alla sera, accompagnato da un partigiano, raggiunsi Carrara e mi presentai al presidente del C.L.N. locale, che mi doveva procurare carta d’identità lasciapassare per raggiungere Parma e quindi Milano.

Per la notte mi consigliò di recarmi all’albergo Garibaldi tenuto

da certo Marchetti, persona fi da dei partigiani; all’indomani avrei avuto i documenti. Invece, poco prima dell’alba, l’albergo fu circondato da truppe tedesche e tutte le persone che vi alloggiavano, compresi vecchi, donne, bambini, sguatteri e padrone furono rastrellati e condotti alle ex scuole elementari.

Era successo che un tedesco di un gruppo di tre che avevano deciso di disertare aveva cantato e i tedeschi erano convinti che l’albergo fosse un covo di partigiani e il comando tappa per quelli che passavano le linee verso il SUD.

Incominciarono gli interrogatori: dissi di provenire da

La Spezia e di essere venuto a Carrara per acquistare farina di castagne. Non mi credettero e d’altra parte ero sprovvisto di qualsiasi pass valido; mi trasferirono al comando della Feldgendarmerie di Aulla; nuovo interrogatorio e quindi trasferimento al carcere di Migliarina a

La Spezia.

Qui trovai il comandante Bussolino che era stato messo dentro insieme a gran parte del C.L.N. di

La Spezia.

La situazione era pericolosa, c’erano frequenti prelevamenti di detenuti per rappresaglie ad azioni partigiane. Dal comandante Bussolino seppi che il più alto uffi ciale di Marina italiano della Repubblica a

La Spezia era il mio compagno di corso Mario Rossetto. Tramite la moglie di un altro membro del C.L.N., il Capitano Fabbri, riuscii a fargli recapitare un biglietto: “Sono prigioniero a Migliarina, ti prego di avvertire il Comandante Borghese”.

Passarono alcuni giorni; per fortuna non venni interrogato, gli interrogatori erano terribili e spesso i detenuti erano bastonati a sangue dalle S.S..

Verso il 25 di marzo si presentarono al carcere due uffi ciali delle S.S. che mi prelevarono e mi portarono al loro comando. Qui potei incontrarmi con Rossetto alla presenza di uno di loro.

La sera stessa partimmo per Genova, dove venni alloggiato nella Casa dello Studente, che era il comando locale delle S.S..

Nuovo interrogatorio; cominciai a raccontare della missione di Alessandria e all’ora del pranzo l’interrogatorio fu sospeso senza che si arrivasse al presente. Alla sera venne a prelevarmi il T.V. Ungarelli accompagnato da un altro uffi ciale.

Arrivati al Comando della X M.A.S. mi spiegarono che Borghese aveva chiesto la consegna della mia persona adducendo il fatto che avevo passato le linee per raggiungere le sue formazioni.

Il comandante Arillo, che arrivò due giorni dopo, mi chiese di vestire la divisa della X M.A.S. per suffragare meglio l’opinione dei

tedeschi. Non trovai diffi coltà: avevo bisogno di raggiungere quanto prima Borghese e di recarmi nella Venezia Giulia per vedere sul posto la situazione.

Il 29 marzo raggiunsi Milano e il 30 mi incontrai con Borghese e l’ammiraglio Sparzani; sembra non si rendessero conto del precipitare degli eventi e che fossero preoccupati solo di giustifi care la loro posizione.

Mi resi conto che le truppe della X M.A.S. erano un po’ evanescenti, come del resto quelle dei partigiani, sparpagliati un po’ dappertutto e i reparti più effi cienti sotto il controllo dei tedeschi.

Borghese mi promise che avrebbe fatto di tutto per spostare reparti verso la Venezia Giulia e che avrebbe cercato ancora contatti con la Osoppo, la formazione partigiana più nazionalista.

Il giorno dopo proseguii per Lonato insieme al Comandante Borghese e al com.te Belloni. Qui incontrai altri uffi ciali della X M.A.S., il C.C. Uxa, il C.C. Ninni, il C.C. Allegri, il C.C. Agostini e altri. Notai in tutti mancare una vera convinzione sugli scopi della X M.A.S., nella quale erano entrati per varie cause.

La vigilia di Pasqua (31/III) raggiunsi Venezia, dove, a seguito degli strapazzi dei giorni precedenti, fui costretto a mettermi a letto con febbre alta. Saputo che l’amm. Zannoni era a Venezia, gli mandai a dire che desideravo incontrarmi con lui.

Venne difatti a trovarmi, non lo conoscevo, però avevo una frase di riconoscimento che mi era stata trasmessa dal T.V. Zanardi e gliela dissi, in modo che fosse rassicurato sulla mia persona.

Con mia sorpresa, non ritenne suffi ciente la frase di riconoscimento e si mantenne sulle generali; anzi, per eccesso di prudenza, mi raccontò che era imparentato con l’amm. Sparzani.

La conversazione più che altro verté sulle cariche coperte dagli ammiragli a Taranto e a Roma e si evitò di parlare animatamente di quanto a me interessava, cioè su come l’amm. Zannoni vedeva lo svolgersi degli avvenimenti nella Venezia Giulia alla prossima liberazione e sulle possibilità di modifi carli.

Appena ristabilito, verso l’8 di aprile proseguii per Cormons (Gorizia) e Trieste. Cormons era al limite fra la zona di competenza della Osoppo e quella della Brigata Garibaldina aggregata al IX Korpus.

Presi contatto con dei partigiani, ma ebbi chiara la situazione, che desideravano evitare qualsiasi complicazione e che il loro scopo terminava appena fi nite le ostilità.

Anche a Trieste non esisteva un C.L.N. effi ciente, né formazione italiana da far subentrare alla liberazione; tutto era assolutamente

dilettantistico e l’unica preoccupazione era quella di sopravvivere.

Rientrai a Venezia deciso a riferire al sud la situazione, per sapere se ritenevano opportuno appoggiare la X M.A.S. o trovare altri sistemi per modifi care in qualche modo gli avvenimenti.

A Venezia ritrovai il Com.te Borghese che mi mise in contatto col dott. Italo Sauro, fi glio di Nazario, che era stato da lui incaricato di cercare di organizzare qualcosa. Di organizzato non c’era assolutamente niente e l’unica cosa che il dott. Sauro seppe dirmi è che occorrevano quattrini.

La situazione quindi al 10 di aprile 1945 era la seguente: X M.A.S.: presente nella Venezia Giulia con 3 o 400 persone, altre formazioni organizzate sul fronte dell’Adriatico (non più di 1.000 persone), ma sotto diretto comando tedesco.

Partigiani italiani: solo nel Friuli e alieni dal cercare nuove av-

venture con gli slavi.

C.L.N.: a Trieste, fantomatico o inesistente. Decisi di portare tale notizia a conoscenza del S.I.S. e, dopo notevoli diffi coltà, riuscii a farmi dare un mezzo per raggiungere Milano dal T.V. Eugenio Wolk, mio compagno di corso. Raggiunsi Milano verso il 19 o 20 aprile; incominciava l’insurrezione, per la strada tedeschi e repubblichini isolati erano attaccati in continuazione. Mi recai all’Alfa Romeo e mi presentai al direttore, del quale mi sfugge il nome, ma che fu ucciso una settimana più tardi per vendetta, malgrado fosse legato al C.L.N., e chiesi dell’ing. Giorgis, che doveva essere il fratello dell’altro agente mandato al nord. Mi fu risposto che non c’era. Lasciai allora una relazione abbastanza particolareggiata da trasmettere al sud nella speranza che l’avrebbero fatto ugualmente.

Verso il 22 ripartii per Venezia. I tedeschi erano già in rotta: a Peschiera soldati disarmati e con garofani rossi al berretto rubavano le biciclette per raggiungere il Brennero. A Verona, deserta, i tedeschi faranno saltare gli ultimi ponti.

Il 24, come Dio volle, arrivai a Venezia e mi ripresentai all’amm. Zannoni che mi incluse nella formazione comandata dal C.C. Zanchi, destinata a prendere l’Arsenale. Questa fu l’ultima operazione alla quale partecipai e sulla quale è meglio tacere.

Distinti saluti

Antonio Marceglia

Archivio News

Le più lette

I LICENZIATARI UFFICIALI DELL’ASSOCIAZIONE COMBATTENTI DECIMA FLOTTIGLIA MAS

L'Associazione

Statuto
Regolamento
Come Associarsi

Media

Contatti

©Copyright 2024 – Associazione Combattenti X flottiglia MAS – Tutti i diritti riservati. C.F.:96273150589