“La verità non era importante, ma le bugie di comodo devono sempre essere rese credibili”
Osvaldo Valenti era un uomo estremamente colto: parlava sei lingue e si era arruolato nella Xa MAS nel marzo del 1944 assegnato al Distaccamento Milano, Uffi cio Stampa e Propaganda, con una visione cavalleresca della guerra, avventurosa e quasi cinematografi ca.
Non essendo particolarmente addestrato con le armi e avendo 39 anni, il suo compito si riduceva a quello di collegamento con la vicina Svizzera per recuperare approvvigionamenti al battaglione. Valenti e Ferida, successivamente venivano aggregati al Battaglione Vega, emanazione del Btg. N.P. – (Tenente ed Ausiliaria Volontaria).
L’accusa per
Osvaldo Valenti e Luisa Ferida è quella d’aver collaborato con la famosa “banda Koch” che torturava i partigiani a Villa Triste di Milano: accusa mai dimostrata e poco credibile, visto che il Valenti e la Ferida, giudicandosi innocenti, si consegnarono spontaneamente ai partigiani subito dopo la liberazione. Una condanna basata sui «forse» sui ripetuti “sentito dire” perché non fu mai dimostrato il legame tra la banda e la coppia. Addirittura, sembra che la soubrette Daisy Marchi, amante di Koch, si spacciasse con i detenuti a “villa triste” per la celebre Luisa Ferida.
È il 30 aprile 1945, via Poliziano, Ippodromo di San Siro, Mi-
lano. A soli 31 anni, con un bambino in grembo, Luisa Ferida, bellissima attrice degli anni del Fascismo, si trova ingiustamente faccia al muro, davanti al plotone di esecuzione comandato da Giuseppe Marozin detto “Vero”, capo della Brigata partigiana Pasubio. In una mano stringe una scarpina azzurra, che aveva acquistato per il fi glio Kim, morto poco dopo la sua nascita e che doveva riscaldare i piedi del futuro bimbo. Al suo fi anco, che cerca di farla inutilmente sorridere, pur consapevole del destino ormai segnato, è
Osvaldo Valenti, 39 anni, altro divo del grande schermo, con il quale Luisa era legata sentimentalmente. La Ferida è terrorizzata, sa che non ha colpe se non quella di aver amato. La loro sorte è segnata. In una cascina di Baggio, subiscono un processo sommario (lei non venne nemmeno interrogata) con inevitabile condanna a morte. Mai comunicata ai due. Tanto che quando vengono fatti salire sul camion che li accompagna al luogo dell’esecuzione, i due sono ignari dell’imminente fi ne. Nel corso del procedimento penale che lo coinvolse, fu lo stesso Marozin a scagionare la Ferida: «Non aveva fatto niente ma la rivoluzione travolge tutti».
Anzi, Marozin andò oltre, puntando il dito, in sede processuale, proprio contro Sandro Pertini. «Quel giorno Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: Fucilali, e non perdere tempo!».
Addirittura, pare che Pertini si fosse rifi utato di leggere il memoriale difensivo che Valenti aveva preparato durante la prigionia, documento che avrebbe potuto scagionare i due. Ad onor del vero, fu solo Marozin a coinvolgere il futuro presidente della Repubblica, forse proprio per alleggerire la sua posizione. È vero anche che Pertini non smentì mai tali fatti. Una raffi ca di mitra mette fi ne alla vita delle due celebrità. Anzi tre, visto che nel grembo di Luisa stava crescendo il loro futuro fi glio. Sul corpo di lui, i partigiani scrivono: «I partigiani della Pasubio hanno giustiziato
Osvaldo Valenti». Su quello della Ferida, invece, entrano nei dettagli: «Giustiziata perché collaboratrice del seviziatore
Osvaldo Valenti». Non solo: la casa milanese della coppia viene svaligiata, dopo l’esecuzione. I partigiani, portano via un autentico tesoro (compresi dei cani di razza) di cui non si avrà più traccia. Luisa Ferida, pseudonimo di Luigia Manfrini Farnè, era nata il 18 marzo 1914 a Castel San Pietro Terme. Flaiano scrisse: «Luisa Ferida non è stata inferiore (a Rina Morelli, ndr) e i suoi periodici ruggiti veramente piacevoli».
Almeno, a Lucia Manfrini, madre di Luisa, viene riconosciuta,
dal ministero del Tesoro, dopo una accurata inchiesta dei Carabinieri di Milano, una piccola pensione, motivata dalla «morte per cause di guerra» della fi glia.
…………..“Quanto a Valenti, la sua innocenza venne confermata dalla Corte d’Appello di Milano, la quale sentenziò che la Ferida e Valenti non furono giustiziati, bensì assassinati.”
Pietro Kock, nato a Benevento il 18.08.1918, fucilato a Roma a Forte Bravetta il 4 giugno 1945, ex granatiere di Sardegna, già appartenente alla famigerata Banda Carità, era il capo di un reparto speciale collegato alle Schutzstaffel (SS), dalle quali ebbe anche diverse indagini e denunce durante il periodo romano. Tristemente noto come capo della “Banda Koch” che operò principalmente a Roma e in altre città italiane sino al giugno del 1944.
Con l’arrivo degli Alleati nella Capitale, al seguito delle truppe
tedesche, con sosta a Firenze, Kock arrivò a Milano.
Abbandonata durante la seconda guerra mondiale, nell’agosto 1944 la residenza diventò sede della Banda Koch per 25/30 giorni. La sede milanese, già occupata dai tedeschi, era situata in via Paolo Uccello, nei pressi di Piazzale Lotto. Questa palazzina viene sempre ricordata come “villa triste” ed accostata ingiustamente a Valenti, Ferida e alla Xa M.A.S. con invenzioni fantasiose. NESSUNO vuole ricordare che il 25 settembre 1944, con ordine di Mussolini, per segnalazione avvenuta della Geheime Stattspolizei milanese (Gestapo), la villa, venne fatta circondare dalla Legione Autonoma Ettore Muti e defi nitivamente chiusa, con arresti e sequestri.
L’operazione era diretta dal Vice Comandante della “MUTI”
Ampelio Spadoni, il quale fu il primo ad entrare nello stabile ed interrogare i responsabili Trinca e Tela. Koch era assente ed introvabile. Da questi interrogatori è emerso che
Osvaldo Valenti con Luisa Ferida sono stati invitati per due volte. Sicuramente per proporre traffi ci illeciti con la Svizzera. La prima, presso la trattoria adiacente alla sede della “banda” e la seconda per la durata di un’ora, nelle ore diurne, nell’uffi cio della villa in questione. Mai incontri notturni, mai cene, feste o festini e tantomeno partecipazioni ad interrogatori vari avvenuti nelle cantine di questo maledetto luogo milanese, che ripetiamo: ha operato nel 1944 solo per 25/30 giorni max prima della defi – nitiva chiusura disposta dal Duce.
Ampelio Spadoni (9.11.1906 – 28.10.1971), volontario in Etiopia nel 1935 con una Divisione di CC.NN. (Camicie Nere) impren-
ditore ad Asmara e di nuovo combattente nella guerra di Grecia tra il 1941 ed il 1942. Fu promosso tenente colonnello dal Comandante della Legione Autonoma Ettore Muti, il Questore (colonnello) Franco Colombo, in quanto considerato la “vera anima militare del gruppo”. Si occupò in particolare di coordinare tutti i reparti dislocati in Piemonte.
ll Comandante Spadoni non e’ mai stato interrogato da nessun tribunale, nel dopoguerra, in merito alle indagini fatte sulla breve vita della sezione Kock a Milano e sulla fucilazione di Valenti e Ferida.
Era l’unico in possesso di informazioni vere, avute con la succitata operazione derivata per abuso di autonomia decisionale del Kock e anche per varie denunce di probabili traffi ci illeciti.
Il 21 gennaio 1956 , il Comandante della Xa Flottiglia M.A.S. (prima e dopo la data della resa senza condizioni dell’8 settembre 43) M.O.V.M. Junio Valerio Borghese, ha voluto chiarire e rispondere defi nitivamente alle “fantastiche” pubblicazioni giornalistiche del periodo, in merito al tenente Valenti. È noto che nel “Nazionale Volksarmee Militärarchiv der DDR” di Potsdam si possono trovare varie notizie in merito. Troverete anche che: “in località pian delle Noci, a Lanzo d’Intelvi, per disposizione del Sottosegretariato della Marina venne costituito, previ accordi con le autorità federali (cioè svizzere) un servizio d’informazione affi dato al ten col. Manzini, sotto la copertura di convalescenzario della X M.A.S. e con il proposito di procacciare valuta straniera per il Sottosegretariato di Stato per la Marina”. Ma non troverete mai la verità dei protagonisti diretti, come quella del Capitano del Genio Navale Nino Buttazzoni, Com.te del Btg. N.P. – Verità più volte raccontata al Guardiamarina F.M. Mario Bordogna, uffi ciale del Comando X, addetto al Com.te Borghese e al suo segretario particolare (sp) che l’accompagnava nelle visite pomeridiane del dopoguerra, nella casa milanese del Comandante N.P. succitato.
L’operazione era chiamata “MISSIONE MANZINI”, dal nome dell’uffi ciale che la dirigeva. Un Ten. Col. che per l’occasione indossava una divisa della X, senza appartenervi. Sede operativa presso l’Albergo UNIONE di Casasco. La Repubblica Sociale Italiana aveva bisogno di sostenere le sue fi nanze e poteva farlo solo esportando ciò che alla Svizzera occorreva. Molto usato il valico Val Mara. Era un contributo allo sforzo per arrivare alla fi ne del confl itto. I solerti funzionari della Questura e della provincia di Como, indagavano sull’attività della X, che dal maggio 1944 si
era inserita in Val d’Intelvi , fra San Fedele e Casasco, (sostituendo i reparti tedeschi presenti) giudicandoli poco regolari. Continua Buttazzoni: Ma non succede niente, perchè la X sa quello che fa e gli altri non possono metterci il naso. Questo presidio era costituito da una ventina di uomini, tra i quali alcuni sottuffi ciali, a disposizione del tenente (aveva mantenuto il medesimo grado ottenuto negli Alpini) OSVALDO VALENTI che aveva di fatto la responsabilità delle operazioni. Ha usato la sua notorietà anche per facilitare la fuga in Svizzera di ebrei suoi conoscenti o di chi glielo chiedeva.
BUTTAZZONI ha sempre negato, che Valenti venisse remunerato per queste fughe, in quanto è certo che molte volte si era accollato anche le spese delle mance ai doganieri svizzeri. I trasporti dei bagagli con i muli e relativa scorta di Marò della X (in borghese) sono sempre stati gratuiti per tutti. TERMINA
BUTTAZZONI: “I pagamenti delle merci portate in territorio elvetico erano pagate in valuta internazionale, che si cambiava in Italia con le lire, all’insaputa dei tedeschi e dei loro piu’ fedeli sostenitori italiani”. La ricerca delle lettere riservate, come quella scritta dal responsabile delle BB.NN. di Como, Paolo Porta (802/1 del 16.11.1944 indirizzata a Pavolini) indica chiaramente i materiali contrabbandati, in quantità considerevoli: seta grezza pura, copertoni e camere d’aria di biciclette, motociclette ed automobili, generi alimentari e merce sotto vincolo consorziale delle Acciaierie Lombarde (acciai, ghisa e relativi prodotti lavorati e semilavorati).
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Roma, 21 gennaio 1958 Al Direttore de “L’Europeo” Milano
Signor Direttore, Ho volutamente atteso di leggere la fi ne del servizio di Franco Bandini su
Osvaldo Valenti e Luisa Ferida per trarne un giudizio complessivo e per rettifi care alcuni fatti esposti dall’autore.
Quale Comandante della Xa Flottiglia MAS – di cui
Osvaldo Valenti fece parte col grado di tenente – ed essendo stato personalmente citato più d’una volta negli articoli, ritengo mio dovere
intervenire per il ristabilimento di alcune verità.
Non desidero polemizzare: non mi soffermo perciò sul cattivo gusto di alcuni dei titoli e dei sottotitoli – “Osvaldo il satanico”, “Egli coltivò per snobismo e basso dannunzianesimo i suoi peggiori istinti” – titoli i quali trovano, in verità, la più completa contraddizione nello stesso testo del Bandini. Sceverando infatti nel servizio il concreto e documentato dai giudizi e dalle illazioni, la fi gura di
Osvaldo Valenti ne esce con una aureola di indubbia grandezza di uomo e di soldato e la Ferida appare amante fedele e appassionata che segue il suo uomo fi no all’estremo sacrifi cio. Nè desidero sottolineare i punti nei quali il conformismo dei tempi correnti prende la mano al pur obiettivo Baldini, come laddove scrive: “Osvaldo mantiene di tasca sua agli studi due studenti poveri. Un gesto che rivelava, assieme ad una certa inclinazione alla bontà, un dannunziano disprezzo del denaro”.
Possibile che ancor oggi, a dieci anni dal termine della guerra civile, non sia consentito riconoscere apertamente al nemico vinto ed ucciso i suoi meriti, senza velarli con presunte colpe?
Vorrei invece precisare, per quanto mi riguarda ed è a mia
diretta personale conoscenza:
1. Valenti fu perfetto, leale ed onesto soldato della Xa Flottiglia MAS: questo giudizio, che detti nelle note caratteristiche che ebbi il dovere di fargli quando ancora era vivo, confermo oggi in pieno, a conoscenza degli elementi riguardanti i suoi ultimi giorni e la sua morte.
2. È da respingersi, come infamante insinuazione, che Valenti fosse implicato in “non chiari traffi ci fi nanziari”. Le operazioni fi nanziarie da lui eseguite, quale coadiutore del Colonnello Commissario della Marina Manzini – con sede a Lanzo d’Intalvi – erano state a lui ordinate dal sottoscritto. Si trattava di operazioni fatte eseguire dal Governo della R.S.I. per procacciarsi valuta pregiata, di cui rispondevo al mio superiore diretto, l’Ammiraglio Sparzani, Sottosegretario alla Marina. Nel corso di tali delicate funzioni, il contegno del Valenti fu fuori di ogni sospetto: la sua precisione e correttezza nel maneggio di somme rilevanti, in valute pregiate, non diede luogo al più piccolo rilievo. Il Capitano Buttazzoni, Comandante del Battaglione N.P., non ebbe, in tali operazioni, che compiti del tutto secondari.
3. Mi sia consentito non credere ad una parola del contenuto
Osvaldo Valenti con la compagna Luisa Ferida
dei dialoghi riportati che sarebbero avvenuti fra Valenti ed un certo partigiano Pulejo. Valenti non può aver parlato di “tesoro della Decima”, perchè questo non è mai esistito: la Decima era infatti parte integrale della Marina della R.S.I. e veniva amministrata dal Commissario Militare Marittimo, con le precise e severe regolamentazioni vigenti in Ma-
rina. Non possedette mai un suo tesoro. Valenti non può aver promesso “la defezione della sua compagnia”, perchè non fu mai al comando di una compagnia. Valenti non può aver chiesto di passare ai partigiani, perchè era uomo di fede e d’onore. Vero invece che Valenti cadde con sorprendente ingenuità nella trappola tesagli dai partigiani: furono la sua buona fede ed il credere che dalla parte opposta vi fosse lo stesso spirito idealistico e la stessa generosità nei rapporti reciproci che animavano la nostra parte, le cause della sua perdita.
4. Invero, sempre in esecuzione degli ordini ricevuti, la Xa Flottiglia MAS assai si adoperò perchè fossero, per quanto possibile, mitigate le tragiche conseguenze della guerra civile. Così fu che – avendo appreso che centinaia di giovani colpevoli di non aver risposto alla chiamata di leva, e pertanto passibili di gravi pene, si trovavano nell’inverno 1944-45 latitanti nelle montagne, esposti al freddo e alla fame – aprì loro la possibilità di regolarizzare la loro posizione, nell’unico modo possibile: arruolandosi nella Xa MAS. Contrariamente a quanto ritiene il Bandini, gli accordi in merito – dei quali fu uno dei negoziatori il Valenti – arrivarono a conclusione e, nel dicembre 1944, il Maresciallo Graziani passò in rivista una intera compagnia del Distaccamento di Milano composta da questi giovani ricuperati alle insidie della latitanza e della clandestinità, in perfetto ordine ed in pieno assetto di guerra. Se qualcuno di questi giovani giocò poi al doppio gioco e si avvalse delle armi da noi generosamente concessegli per puntarcele contro, la cosa non ci meraviglia, nè ci fa pentire di esserci sentiti e comportati, nell’espletamento delle nostre funzioni militari, in quei diffi cilissimi frangenti, sempre come Italiani fra Italiani, sempre al servizio della Patria italiana, e sempre uomini che sapessero contemperare con umanità latina e cristiana le dure leggi della guerra.
5. “Ben presto la Xa MAS non si fi dò più di lui…” scrive Bandini di
Osvaldo Valenti. Asserzione non documentata nè provata dall’autore: confermo invece che in
Osvaldo Valenti ebbi sempre la più grande fi ducia e sicurezza, avendo egli fornito, nell’espletamento dei compiti affi datigli, le prove della sua linearità e rettitudine.
6. Del tutto avventata e comunque affatto documentato il fat-
to, dato per certo dal Bandini, che sul Valenti gravassero minacce da parte dei Tedeschi e ancor meno mi sembra possibile che egli fosse da questi stato condannato a morte. Mai ho sentito parlare dei libretti di risparmio di banche svizzere venduti ai gerarchi fascisti; in nessun modo risulta che in questo commercio, se vi fu, il Valenti fosse implicato: del tutto falso, comunque, che egli si fosse impossessato delle somme relative. È da tenersi presente che, se realmente il Valenti fosse stato dai Tedeschi ricercato per qualche suo presunto reato, ne sarei subito stato informato: nessun uomo della Xa Flottiglia MAS poteva, nè mai fu, essere catturato dai Tedeschi, essendo la Xa Flottiglia MAS in tutto e per tutto dipendente dalle Autorità italiane, ed i suoi uomini retti dal regolamento di disciplina italiano e dipendenti dai tribunali militari italiani.
Osvaldo Valenti e Luisa Ferida furono vittime di feroce assassinio a scopo rapina: è vigliacca bassezza il tentar di insozzare la loro purissima memoria.
F.to Valerio Borghese
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Dr. Renato Angiolillo Direttore de “Il Tempo” ROMA
Caro Direttore,
È esatto quanto afferma Aldo Giorleo su “Il Tempo” del 19 ottobre:
Osvaldo Valenti si arruolò, volontario, alla Xa Flottiglia MAS, col grado, già ricoperto nell’Esercito quale Uffi ciale degli Alpini, di Tenente.
Ma perchè il lettore non possa essere ingannato da una frase dell’articolo e per onorare la memoria di un italiano che fu valoroso soldato, tengo a precisare che le sue funzioni non si limitarono a quelle di interprete tra il Comando della Xa Flottiglia MAS ed i Comandanti degli alleati Tedeschi; egli svolse anche compiti specifi catamente militari ed eseguì numerose missioni di servizio importanti, delicate e rischiose, mettendo varie volte la propria vita in
pericolo.
Il suo servizio fu quello di un militare operante. Completamente false sono le accuse rivoltegli di aver preso parte a torture di prigionieri o altre analoghe; mai, per quanto riguarda il servizio da lui prestato presso la Xa MAS, ebbe nulla a che fare con gli organi di polizia preposti alla custodia dei prigionieri.
Dopo la sua scomparsa (7 aprile 1945), essendomi adoperato, come mio dovere di Comandante, a farne ricerca, mi fece pervenire notizia di non preoccuparmi per lui, essendo egli al sicuro e riservandosi di darmi in seguito più dettagliate notizie di sè. Tanta era la buana fede che egli riponeva in coloro che le detenevano.
Anche Luisa Ferida, sempre al suo fi anco, prestò preziosi servizi alla Xa MAS, nè Osvaldo nè Luisa persero un’occasione per dimostrare coraggiosamente quali fossero i loro sentimenti di attaccamento al Reparto di appartenenza e alla causa per la quale vi avevano volontariamente aderito. In proposito ricordo un episodio al quale ho personalmente assistito: davanti all’Albergo Columbia di Genova, ad una piccola folla riunitasi per applaudirlo,
Osvaldo Valenti, presentatosi in divisa di Tenente della Decima, rivolse le seguenti parole: “Vi ringrazio dell’applauso che so rivolto non al Valenti attore, ma al Tenente della Decima Mas”.
Non so se l’uccisione di Valenti e della Ferida sarà rubricata dal Giudice Istruttore che istituisce la pratica quale “azione di guerra” in base alla legislazione vigente; ma per noi che li avemmo alle dipendenze e li conoscemmo come nostri compagni d’armi e di fede, la loro morte è da dieci anni rubricata quale “assassinio a scopo rapina”.
Con il migliore saluto, mi creda, caro Direttore,
F.to Valerio Borghese
