Nella notte è sparita la targa degli undici marò della Decima. La denuncia.
Il fatto:
Il giorno 8 luglio 2026, trascorsi ormai oltre 80 anni dall’inutile strage, come siamo soliti adoperarci, nel pieno rispetto delle istituzioni locali ed ecclesiastiche, chiedendo formalmente, la partecipazione del Sindaco di Ozegna e del parroco della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Nascente; a quest’ultimo inoltre, abbiamo doverosamente chiesto di poter appoggiare sul muro laterale della Parrocchia, una targa in ricordo degli undici Marò del Battaglione Barbarigo che proprio nelle immediate vicinanze di quel luogo trovarono la morte in un agguato partigiano.
La breve ed intima “cerimonia”, si è svolta posando su un cavalletto in legno la targa ricordo contornata da una corona di rose rosse; successivamente, è stata recitata la “Preghiera del Marinaio” tanto cara a quegli Uomini in quanto erano parte del Battaglione San Marco. Tutto qui. Qualora qualcuno se lo domandasse, non è stato aggiunto altro a quanto appena detto… non ci appartengono inneggiamenti, canti e saluti di altra natura.
La mattina successiva l’amara sorpresa… Amareggiati, ne abbiamo parlato con un giornalista sensibile alla verità storica del nostro Paese. Ed ecco cosa a pensato di scrivere il Dottor Paolo Bini:
Deposta davanti alla chiesa per ricordare gli undici caduti dell’8 luglio 1944, alle sette del mattino successivo non c’era già più. L’associazione: «La verità non emerge con le furbizie e le polemiche politiche»
11 Luglio 2026 – 10:02
Era l’8 luglio 1944 quando, nella piazza di Ozegna, di fronte alla Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Nascente, che si affaccia su Piazza Umberto I°, nel cuore del paese, accanto a quello che oggi è il centro storico cittadino, alle porte del Castello di Ozegna, vennero a contrapporsi un reparto della X Flottiglia Mas e un gruppo partigiano della Volante di Piero Urati, alias Piero Piero. I primi erano sulle tracce di 11 disertori del “Battaglione Sagittario” fra i quali il Guardiamarina Gaetano Oneto, accusato e in seguito condannato alla fucilazione per diserzione, sobillazione alla diserzione, intelligenza con il nemico, furto d’armi e furto della cassa contenente il denaro destinato alla paga del personale. La vicenda di quel lontano 8 luglio 1944 è già stata ricordata in molte pubblicazioni e da molti narratori, non fosse altro perché le conseguenze che ne derivarono, la discesa in campo ufficiale della X MAS contro la Resistenza, portarono giovani italiani, sebbene su sponde contrapposte, tutti combattenti per l’Italia, a spararsi addosso come nemici. Il nostro giornale, direi in maniera intellettualmente onesta e imparziale, già il 25 giugno dello scorso anno trattò la vicenda, mai chiarita del tutto, almeno ufficialmente, come se, ancora oggi, ad oltre 80 anni di distanza, il voler conoscere il vero sia visto come un peccato da non fare. Non a caso questa Italia sembra prossima a ripetere gli errori del passato, a rivivere le devastazioni, le divisioni e le atrocità di una guerra, ancora una volta contro la Russia.
Comunque, fatta questa inevitabile premessa, dopo essermi ampiamente e attentamente documentato sull’accaduto, direi che, se a qualcuno può interessare, tra i tanti scritti, l’eccidio di Ozegna, che lasciò per terra, davanti alla Chiesa Parrocchiale, i corpi senza vita di 11 Marò della X Flottiglia MAS-Battaglione Barbarigo, comandato dal Capitano di Corvetta Umberto Bardelli, anche lui deceduto nell’agguato, 3 partigiani della Volante di Piero Piero e un civile, quello che più si avvicina, a mio modesto parere, a ciò che realmente si verificò quel giorno, è il libro di Sergio Nesi “Ozegna 8 luglio 1944 cronaca di una strage inutile”. Libro, non scritto a difesa di un’ideologia politica, o a giustificazione di una pagina nera della storia del nostro Paese e nemmeno scritto con la volontà di occultare o imbellettare fatti difficili da raccontare, ma al contrario, libro scritto con l’evidente voglia di ricercare la “verità vera”, quella che può essere smentita o attaccata solo da chi ha interessi politici o di mera convenienza associativa se non, addirittura, personali, cosa che nel nostro Paese, purtroppo, è rituale e quotidiana ancora ai giorni nostri. Libro scritto e costruito attraverso maniacali ricerche compiute sul territorio, ma soprattutto attraverso le testimonianze dei superstiti, marò e partigiani, attraverso le relazioni ufficiali del comando della X MAS e attraverso l’attenta ricerca effettuata nei brani di altre pubblicazioni. Poi si sa, scrive Nesi: “Narrare quello che avvenne realmente è impossibile. Delle tre verità di Platone, la prima vera, autentica e sola verità, sta nell’Olimpo degli Dei, ma è inaccessibile agli esseri umani. La seconda verità è un’interpretazione della prima, ma essendo interpretata dall’uomo non è perfetta, anche se è la più vicina alla verità ideale. La terza verità è un’interpretazione della seconda e quindi è la più lontana dalla verità dell’Olimpo”.
Detto ciò, senza voler andare a riscrivere o interpretare quella triste pagina di storia, quello che mi preme evidenziare è ciò che è successo l’8 luglio 2026, l’altro ieri, sempre a Ozegna, sempre nella Piazza Umberto I° e sempre davanti alla Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Nascente.
Lì una delegazione dell’Associazione Decima M.A.S., guidata dal suo Presidente Claudio Errigo, ha deposto intorno alle ore 12, previo accordo verbale col Parroco, intrattenuto sull’argomento nei giorni precedenti, una targa commemorativa adornata di rose rosse in memoria degli 11 marò caduti in quel di Ozegna a seguito dell’agguato partigiano di ottantadue anni fa. Di seguito, i marò uccisi e poi spogliati di ogni cosa di valore, anche dei denti d’oro, cosa risultante dalle testimonianze e dalla quasi totalità degli scritti che hanno narrato la vicenda, non li elencherò per grado perché secondo me erano tutti uomini, anzi, quasi tutti poco più che ragazzi, che combattevano per un ideale e per quello, con onore e coraggio, sono morti: Umberto Bardelli, Angelo Piccolo, Salvatore Becocci, Francesco Redentino, Ottavio Gianolli, Gianni Biaghetti, Franco De Bernardini, Pietro Fiaschi, Giovanni Grosso, Armando Masi e Pietro Rapetti. Loro, come è già per i partigiani Sergio Morello, Giacomo Franco, Giorgio Davito, Cesare Giudice, Attilio Berra e Ferdinando Berra, credo, seppur è cosa a cui tengono solo i vivi, non si debbano cancellare dalla memoria, come se non ci fossero mai stati, come se non fossero esistiti, come se non fossero morti.
Al di là delle mie considerazioni, cosa inconfutabile, l’associazione che fa capo a Claudio Errigo, così come a suo tempo fu per la X Flottiglia M.A.S., rifugge dalla politica intesa come manifestazione partitocratica, cosa inserita anche nel suo Statuto, infatti, per ciò che io posso testimoniare, non ho mai sentito dalla bocca del loro Presidente, né tantomeno da quella dei suoi associati, discorsi che li potrebbero collocare a “destra” o “sinistra” della politica italiana. In ogni caso è giusto, invece, sapere il perché di tale gesto in questa epoca di menefreghismo generale e generalizzato, dove viene ritenuta più scandalosa l’interferenza di Trump nello svolgimento della Coppa del Mondo di Calcio che non, invece, il rapimento da lui commissionato con relativo colpo di Stato allegato del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro, o il suo proditorio attacco all’Iran in compagnia del suo degno amico Netanyahu. Comunque, Claudio Errigo non si è certo fatto pregare per spiegarci il perché, non certo isolato, della targa commemorativa deposta a Ozegna: “Nostra intenzione è mantenere vivi gli ideali che hanno fatto immensa la Decima e la sua storia, in tutte le sue Compagini, in tutti i suoi Reparti e Distaccamenti, sino all’ultimo dei suoi marò. Vogliamo altresì ricordare gli Uomini, gli Eroi, i Decumani che hanno saputo guadagnarsi il rispetto e la considerazione sia degli amici, sia dei nemici di un tempo, ma non con la nostalgia di chi cerca di rivivere gli anni che furono e nemmeno per l’insensata sete di rivincita su una storia ormai scritta, no, noi siamo mossi dalla sete di conoscere il passato nella sua interezza perché oggi vogliamo ancora essere presenti, vogliamo essere migliori e vogliamo essere capaci di trasmettere a chi entrerà in contatto con noi quei valori, quelle qualità e quella coerenza che, da che mondo è mondo, ha sempre contraddistinto gli uomini d’onore, senza retorica e senza acredine”.
Oggi la piazza è vuota, chiedo a Claudio Errigo: Vi sareste aspettati più gente, più curiosi o qualche accenno di contestazione, spesso non mancante in simili contesti? Ricavandone una interessante risposta: “No, mi aspettavo una situazione simile, ormai a nessuno frega più niente di niente, oggi sono tutti antifascisti nonostante ogni giorno di più questa classe dirigente si adoperi per cancellare il diritto al lavoro, alla pensione, all’assistenza sanitaria e non ultimo alla libertà d’opinione e di stampa, a noi piace la Storia nella sua vera essenza, niente lavagne divise in due con i buoni da una parte ed i cattivi dall’altra. La Storia, quella vera, è testimone limpida e attenta dei fatti, degli accadimenti che si sono succeduti secondo una sequenza cronologica e imparziale, per quelli che sono stati, nel bene e nel male gli avvenimenti, senza nascondere nulla. Per depositare una targa non serviva una cerimonia, quelle le spendono i tanti che la storia la devono mistificare, correggere a uso e consumo della politica del momento, magari offrendo anche aperitivo e patatine a pubblico e giornalisti, noi siamo quelli del non restaurare, ma anche quelli del non rinnegare e ciò che più mi preme dire è che la X Flottiglia M.A.S. non è mai stata regia, mai repubblicana, mai fascista e mai badogliana, ma sicuramente sempre e solo italiana”.
Così in breve tempo, deposta la targa in memoria degli 11 marò caduti nell’agguato teso loro dalla brigata partigiana guidata da Piero Piero, con una preghiera dedicata a tutti i caduti, partigiani e civili compresi, ha avuto fine l’evento commemorativo. Almeno tutti lo credevano, anche io, invece l’imprevisto, il giorno successivo, già alle ore 7 del mattino la targa non c’era più!
Che fine avrà fatto? Certo le rose erano bellissime, che abbiano fatto gola a qualcuno? Forse. Anche l’impalcatura in legno non era da disdegnare, che possa essere servita a qualche malato di bricolage? Forse. Che l’ordine di rimuoverla sia arrivato dal Municipio? Forse. Che sia stata la Chiesa a stabilire che poche ore d’esposizione potessero bastare? Forse. Che sia stato qualcuno padrone di una sua personale verità a non tollerare il ricordo di 11 ragazzi italiani morti, quasi tutti senza nemmeno aver avuto l’occasione di difendersi? Forse.
Credo comunque che la cosa, questa cosa, veramente non interessi a nessuno, tantomeno al Presidente Claudio Errigo che, già informato della sparizione, telefonicamente ha commentato: “L’Associazione Decima Flottiglia M.A.S. è convinta che solo col dialogo, col confronto corretto e sincero e non con le stupide furbizie, le scaramucce e le polemiche a sfondo politico, si possa offrire alla verità la possibilità di emergere”.
Lungi da me a questo punto avventurarmi nella storia, magari analizzando minutamente la vicenda con lo stile di un romanziere di gialli, la precisione di uno storico militare o le intuizioni di un provetto criminologo. Il territorio sul quale ci si muove quando si cerca di ricordare anche il sangue dei vinti non è ancora stato sminato, nessuno pare, non solo a Ozegna, né disposto, né interessato ad addentrarsi nelle pieghe di determinati episodi. La cosa che risulta evidente è la volontà di tenere chiusa quella porta dalla quale potrebbe trapelare una memoria sin qui negata, che potrebbe restituire dignità alle vittime e agli sconfitti di quella guerra, che da quel momento in poi, almeno fino al 1948, sfociò in un conflitto intestino contraddistinto da vendette, eccidi e violenze di ogni tipo, argomento trattato molto bene dal grande Giampaolo Pansa in diversi suoi libri, fra i quali: “Il sangue dei vinti”, “Eia Eia Alalà”, e “I tre inverni della paura”.
Di fatto, anche a Ozegna, nella notte tra l’8 e il 9 luglio di quest’anno, non è dato sapere se con intenzione o no, hanno operato ancora una volta i “gendarmi della memoria”, i “custodi della verità ufficiale”.
Per chiudere, prima che qualcuno, dopo aver letto con non troppa attenzione l’articolo, si avventuri nell’accusarmi di revisionismo, ci tengo a dire che per me il ricordo è un qualcosa di intimo, di privato, che spesso non è neanche bello condividere con persone alle quali piace solo apparire, o con persone sempre a caccia di fini e risvolti politici. Io ad esempio ricordo come un eroe mio nonno da parte di madre, uno che la tessera fascista non l’ha mai avuta, uno al quale le Squadre d’azione fasciste e le SS bruciarono due volte la casa, uno che non ha mai fatto il partigiano, uno che voleva essere libero di pensare ciò che voleva, uno che è dovuto fuggire per evitare la fucilazione, uno che ha dovuto vedere sfollata per due volte la sua famiglia, moglie e tre bimbi piccoli fra cui un mio zio di pochi mesi, uno al quale, però, mia mamma non ha mai perdonato il rifiuto all’omologazione, che in quei tempi tanto costò alla sua famiglia. Lo ricordo come un eroe, non ha mai avuto la tessera fascista, non ha mai avuto la tessera comunista e di quei tempi, a meno che non si vogliano raccontare delle favole ad uso e consumo di bimbi scemi, era cosa difficile e pericolosa. Questa è un’epoca diversa, un’epoca nella quale sono tutti antifascisti, nonostante, magari, abbiano avuto nonni e padri che quella tessera l’avevano in tasca perché così facevano tutti, perché l’aveva imposta il Duce, perché senza non si aveva il diritto di lavorare e per mille altri motivi; questa è l’epoca dei remake, il più recente in stile Duce, la verde tessera ribattezzata “green pass” per gli ambientalisti della domenica, introdotta dal Governo Draghi, anche quella, come la tessera fascista di colore verde, concedeva ai possessori il diritto di lavorare, di uscire di casa e di avere assistenza sanitaria, però, per averla bisognava sottoporsi a “vaccinazione anti covid” e allora, tanto per non farci mancare nulla ecco le parole di alcuni degli antifascisti del nuovo millennio:
Stefano Bonacini, Eurodeputato Pd, all’epoca Presidente della Regione Emilia Romagna, sui renitenti alla “vaccinazione anti covid”: “Li staneremo a casa uno per uno, abbiamo 70 unità mobili operative, che andranno a cercare e a prendere i positivi per isolarli, abbiamo già le strutture, è tutto pronto”.
Beatrice Lorenzin, Senatrice del Pd: “Agli imprenditori che non chiedono il green-pass gli vanno chiuse le attività per un anno almeno e multati pesantemente. Noi abbiamo attuato le norme vigenti proprio per loro”.
Sergio Cofferati, ex Segretario Generale della CGIL, ex Sindaco di Bologna, ex Europarlamentare del Pd: “Dobbiamo aumentare le tasse ai lavoratori che non si vaccinano e ai pensionati togliere assistenza sanitaria e parte della pensione”.
Andrea Romano, docente universitario, ex deputato del Pd: “Chi ha dubbi sul vaccino covid sarà zittito, non avrà diritto di parola”.
Enrico Letta, ex Presidente del Consiglio dei Ministri, all’epoca Segretario del Partito Democratico: “Sui vaccini è l’ora dell’obbligo”.
Cosa dire, che avesse ragione “Il Vernacoliere” del mitico Direttore Mario Cardinali, quando già nel maggio del 1994, andò in edicola con l’immensa prima pagina “Ritornano i fascisti una sega! ’Un se ne sono mai andati! S’erano iscritti tutti al Pd”?
Che dire, è evidente, in questa “strabordante democrazia”, che elargisce diritti a destra e manca, sempre addebitati sulle buste paga e sui risparmi degli onesti lavoratori, non c’è spazio per gli “ultimi romantici”, testimoni e superstiti di un periodo in gran parte cancellato dalla storia, perché la storia ricorda solo i vincitori.
