5 MAGGIO 1945
LastragediCostad’Oneglia,avvenutanellanottetra il 4 e il 5 maggio 1945 (a guerra finita), fu un’esecu-zione sommaria di ventisei fascisti, tra cui l’ex deputato PietroSalvo,compiutadaungruppodipartigiani.
Il primo a sottoporre il criminoso evento, fu il giornalista e sta-gista Giorgio Pisanò nell’opera: Storia della guerra civile in Italia 1943-1945, che, all’epoca dei fatti era combattente nella Xª Flotti-glia MAS e in seguito tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano.
Lo storico tedesco Hans Woller, in un ampio e documentato stu-dio del 1996 sull’epurazione del fascismo in Italia, dedica alcune righe alle uccisioni di Oneglia basandosi su un documento del Mi-nistero dell’Interno datato 9 agosto 1945. Woller colloca l’evento nell’ambito dell’epurazione «selvaggia» di quei giorni, segnati da un
«clima di terrore e di paura», e lo definisce uno dei «gravi» episodi di
«giustizia sommaria» che si verificarono nello stesso periodo nelle carceri di altre località dell’Italia settentrionale[1].
Ma vediamo ora il contesto storico e gli antefatti che portarono a questo atto criminale: Nell’area di Imperia la lotta partigiana era stata caratterizzata da numerosi scontri cruenti, rastrellamenti na-zifascisti e fucilazioni sommarie, proprio all’inizio del 1945 nel co-mune di Diano Marina i tedeschi avevano fucilato per rappresaglia 20 persone tra partigiani e ostaggi. Per questi motivi la Provincia di Imperia è tra le città decorate al valor militare per la guerra di libe-razione, insignita della medaglia d’oro al valor militare.
In accordo a quanto scrive Guido Crainz, in generale, dopo il 25 aprile 1945 in Liguria il numero delle uccisioni di fascisti o di per-
- Hans Woller, Iconticonilfascismo.L’epurazioneinItalia.1943-1948, Bo-logna, Il Mulino, 2004 [1996], ISBN 88-15-09709-0.
sone ritenute tali è rilevante, soprattutto nelle province di Imperia, Savona e La Spezia[2].
La sera del 4 maggio, alle 11 della sera, si presentarono al car-cere di Imperia un gruppo di armati, che intimarono ai guardiani di aprire la porta. Entrati nel carcere si qualificarono come membri della polizia partigiana incaricati di prelevare un certo numero di prigionieri colà custoditi[3].
Ventotto persone furono isolate dagli altri prigionieri e somma-riamente processate. Secondo il giornalista e saggista Giorgio Pi-sanò, i prigionieri subirono anche sevizie di vario tipo[4]. Dei ventot-to iniziali due furono rilasciati, i fratelli Quinto e Carlotto Daneri, che durante la guerra civile avevano finanziato la Resistenza. I par-tigiani presero in consegna i rimanenti 26 prigionieri e li portarono via[5] a bordo di due autocarri, dopo averli legati col fil di ferro.
Gli autocarri, scortati da una quarantina di partigiani e pieni di prigionieri si diressero fuori città. Giunti in località Cappuccini, i prigionieri furono fatti scendere e avviati a piedi fino a Costa d’One-glia. I condannati, arrivati presso la chiesa del Carmine, ottennero la possibilità di entrare per un’ultima preghiera, ma alla fine into-narono in coro Giovinezza. Questo fatto fece infuriare i partigiani che li trascinarono via a forza per un altro centinaio di metri fino ad una trincea scavata dai tedeschi durante la guerra appena con-clusa. Le vittime furono spinte sul bordo della buca e lì uccisero a raffiche di mitra.[6] Tra le vittime figurava anche Pietro Salvo, ex deputato del PNF. Tra questi si salvò solamente Francesco Agnelli, che pur coperto di ferite, si districò dai cadaveri e raggiunse degli amici a Diano Castello ai quali raccontò i fatti. Ma nelle 48 ore dopo fu rintracciato dai partigiani e nuovamente fucilato.
I 26 cadaveri furono ritrovati la mattina seguente in una località isolata[7].
L’intervento dei settori moderati della Resistenza impedì che nei
- Guido Crainz, Ildoloreelacollera:quellalontanaItaliadel1945, in Meri-diana, n. 22/23, gennaio-maggio 1995.
- Verbale originario. Testimonianza dell’avvocato Ambrogio Viale resa il 16 giugno 1945 al Procuratore della Repubblica Luigi Spadea.
- Storia della Guerra Civile in Italia 1943-1945 – 3 vol. (quinta ed. Eco Edi-zioni, Melegnano, 1999 – prima ed. Edizioni FPE, Milano, 1965).
- Giuseppe Mayda, Il pugnale di Mussolini. Storia di Amerigo Dùmini, sicariodi Matteotti, Bologna, Il Mulino, 2004.
- “I caduti della RSI” Imperia e Provincia – Alberto Politi (Novantico Editrice).
- Giuseppe Mayda, Il pugnale di Mussolini. Storia di Amerigo Dùmini, sicariodi Matteotti, Bologna, Il Mulino, 2004.
giorni immediatamente successivi altri civili fossero nuovamente tratti dal carcere di Imperia. Il CLN tre giorni dopo la strage fece affiggere un manifesto in cui si condannava la strage e si invitava alla pacificazione.
Nonostante questo, il 18 giugno, furono prelevate e uccise an-cora due giovani infermiere ex appartenenti del SAF sospettate di conoscere i nomi degli autori della strage, Giovanna Serini e Lidia Bosia. Furono violentate ed uccise a Oliveto di Imperia, nei pressi di Oneglia[6][8].
In una testimonianza resa il 16 giugno 1945 dal deputato demo-cristiano Ambrogio Viale, all’epoca prefetto della provincia di Im-peria: “In quei giorni i partigiani facevano le cose a modo loro. E disponevano delle carceri senza nessuna disciplina. Introducendovi persone prese a casaccio e liberando quelle che ritenevano merite-voli d’essere scarcerate”[8].
La memoria
La strage è stata a lungo ricordata quasi esclusivamente negli ambienti della destra politica[9].
Nel 2006 sull’eccidio fu aperta un’inchiesta da parte della procu-ra di Imperia conclusasi con un non luogo a procedere. In tempi più recenti gli avvenimenti sono usciti dall’oblio ed esponenti del PDL e de “La Destra” a imperiese hanno richiesto all’amministrazione cittadina un riconoscimento fattivo con l’intitolazione di una via o una piazza.
Fonte Wikipedia.
