A distanza di due anni, siamo in grado di rivelare i retroscena della strana quanto inopportuna vicenda della domanda di grazia inoltrata dal maggiore Re-der, il massacratore di Marzabotto. Una vicenda scabrosa che i rotocalchi, anche i più anticonformisti non vollero toccare per «non avere noie».
Il nostro periodico non teme la denuncia della verità, soprattutto perchè la sto-ria deve essere fatta a qualsiasi costo.
Reder fece la sua parte perchè gli era stato detto di farla e l’ha fatta perchè ave-va avuto assicurazione del buon esito finale. Non si poteva avere che un esito po-sitivo, così gli era stato assicurato. Non aveva seguito la vicenda di Moranino? Non era un assassino anche il nostro senatore? E per di più un italiano. Un italiano che aveva ammazzato sette italiani, cinque uomini, partigiani, e le mogli di due di essi perchè avevano, queste ultime, chiesto notizie dei loro rispettivi mariti. Il PCI volle questa grazia e la ottenne nei termini arcinoti.
Ora il PCI era in grado di ottenere la grazia anche per Reder, il quale si era distinto per la sua inaudita ferocia massacrando, senza discriminazione alcuna, donne, uomini e soprattutto bambini, ma lo aveva fatto da nemico, da straniero, da ufficiale di un esercito invasore che aveva stabilito termini inequivocabili di rappresaglia, rendendoli noti nei territori occupati.
Perciò la grazia prima o poi, sarebbe giunta. E se un primo tentativo fosse an-dato a vuoto, non si preoccupasse Reder perchè si sarebbe ripresentata un’altra occasione. Il tempo avrebbe infine dissolto i ricordi di tanta crudeltà, di tanta tragedia ed il tentativo sarebbe stato ripetuto tra un paio d’anni o tre, ogni tanto, per galvanizzare le masse, per avere la spinta propagandistica con effetto sicuro, a portata di mano.
Il regista dello spettacolo non cerchiamolo a Gaeta, cerchiamolo nel PCI e guar-diamo per ora all’on. Bottonelli, sindaco di Marzabotto.
Lo hanno fotografato soddisfatto e contento per essere assurto a regista dello spettacolo organizzato dal PCI alla vigilia della tornata elettorale.
Riesumiamo il dolore e il sentimento dell’odio contro il «revanscismo tedesco» per la platea immemore, scaviamo nel cuore di chi ha vissuto la tragedia e porta indelebili i solchi profondi di un ricordo tremendo: avremo tutta l’Italia con noi. Tocchiamo le corde della crudeltà del tedesco invasore e avremo valorizzato con la resistenza comunista, l’eroismo, lo sporco eroismo del PCI e dei suoi uomini che quelle tragedie provocarono, come la storia inoppugnabilmente conferma anche contro gli artifizi del ragionamento postumo, voluto spesso per poter impunemen-te contrabbandare per eroismo anche il crimine compiuto sotto il generoso man-tello della Resistenza.
«Moranino è sempre un invitto e purissimo eroe della Resistenza italiana»! Ciò potrebbe bastare a giustificare lo spirito del nostro discorso, ma Moranino non è il solo esempio di «eroe» anzi di delinquente, contrabbandatoci come «eroe» dal PCI. Dove è finito l’on. Silvio Ortona dopo che contro di lui fu emessa l’autorizzazione a procedere? Più criminale di Moranino, più feroce di Reder, ma ciò non gli impedì di essere eletto deputato al Parlamento.
Anzi, fu per i suoi 51 omicidi, per quei «meriti specifici» che fu eletto, come il Moranino, e gli sarebbe spettata la poltrona di presidente del Consiglio nel caso della assunzione del potere governativo da parte del PCI, mentre quella di mini-stro degli interni sarebbe spettata di diritto al Moranino. Agli onorevoli Roasio, Sereni, Dante Gorreri, tutti comunisti, non si sbaglia, sarebbero spettati i mini-steri dell’industria, della guerra e del… tesoro. Mentre avremmo dovuto abbattere i monumenti di riconoscenza ai Carabinieri decorati di medaglia d’oro come Salvo D’Acquisto, Alberto La Rocca, Fulvio Sbarretti, Vittorio Marandola, che si fecero ammazzare al posto degli ostaggi che i tedeschi stavano per fucilare.
Intendiamoci, non è che l’Italia abbia eretto monumenti a ricordo di questi veri Eroi! Inoltre, si potrebbe dissertare sul fatto che questi furono decorati di meda-glia d’oro perchè si fecero fucilare per salvare la vita a decine di italiani già pronti per la fucilazione; mentre decorati di medaglia d’oro, sono anche Rosario Bentive-gna e sua moglie Carra Capponi per l’attentato di via Rasella in conseguenza del quale ben 333 ostaggi furono fucilati alle Ardeatine. Il Bentivegna e la Capponi non si presentarono pur avendo Kappler e Kesserling promesso di non fucilare gli ostaggi se si fossero presentati gli autori dell’«atto eroico» compiuto in via Rasella, entro 24 ore dal fatto.
È qui lapalissiana la contraddizione delle due motivazioni mentre a nessuno può restare dubbio che la patente di eroi spetta soltanto ai carabinieri menzionati. Ma questo è un altro discorso.
Torniamo dunque alla mossa strategica e plateale del PCI. Reder e Marzabotto, il sindaco comunista on. Bottonelli e il plebiscito della popolazione, hanno fornito materiale d’effetto sicuro a rotocalchi e quotidiani indipendenti o pseudo tali, ma nessuno, assolutamente nessuno, ha voluto raccontare la storia, dolorosa quanto si vuole, ma ricca di fatti e antefatti che compongono il mosaico opprimente nel colore e nella forma, del tremendo massacro. Le cause. Gli episodi, le circostanze, le trattative intercorse fra il comando tedesco ed i partigiani perchè finisse uno stillicidio di sangue che, sotto il profilo degli eventi bellici imperanti, non portava nessun contributo sostanziale alla guerra, ma preparava i presupposti essenziali della soppressione del popolo di un intero paese e la sua totale distruzione.
Rileggiamo le pagine di un documento serio e ricco di testimonianze, pubblicato a puntate tre anni fa da Giorgio Pisanò: «Sangue chiama sangue» ediz. Pidola: «Le uccisioni furono all’ordine del giorno» (1944). «Indossando divise tedesche o fasci-ste, i partigiani della “stella rossa” penetrarono nelle caserme dei carabinieri di Marzabotto, Savigno, Tolè e Monzuno massacrando i militari che, ignari, avevano spalancato le porte. A Rioveggio uccisero alle spalle due ufficiali tedeschi che sta-vano passeggiando in compagnia di alcune ragazze del posto».
«Questo attentato – ci hanno detto a Rioveggio – provocò una feroce rappresa-glia tedesca. I soldati nazisti cercarono i partigiani, diedero loro 24 ore di tempo per presentarsi poi scelsero gli ostaggi e li fucilarono. E pensare che i partigiani che avevano compiuto l’attentato erano in gran parte di qui, di Rioveggio. Eppure lasciarono che 11 innocenti pagassero con la vita colpe non loro»… «Tutti i civili sospettati di “spionaggio” – scrive il Pisanò – furono uccisi. Spesso l’accusa celava soltanto antichi rancori da “sistemare”. Tutti i prigionieri fascisti o tedeschi furono eliminati. Verso la fine di luglio – ci è stato raccontato da un testimone oculare – 17 giovani ausiliari della polizia della RSI di stanza a Vado, disertarono entran-do nelle file della “stella rossa”. Qualche giorno dopo, uno di questi, che aveva la famiglia a Pisa, abbandonò la brigata nella speranza di raggiungere la sua casa prima che il fronte si spostasse a nord della città. Fu però immediatamente pre-so. Lo sotterrarono vivo. Ma quello che è più inaudito è il seguito di questa storia: anche i suoi 16 compagni, infatti, che non avevano alcuna responsabilità nella decisione del fuggitivo, vennero condannati a morte e massacrati barbaramente. I loro corpi sono ancora lassù, in una fossa comune, senza una croce, ai piedi del monte Vignola. La “stella rossa” in quei giorni aveva raggiunto i 1500 uomini. Si trattava in assoluta maggioranza, di comunisti, il cui unico sogno era ormai quel-lo di scendere a valle per imporre col mitra e col terrore (non ai tedeschi n.d.r.) la nuova legge di marca bolscevica. Quel mese di settembre, e basta sfogliare i registri parrocchiali per accertarsene, vide cadere nelle valli del Reno e del Setta, decine di persone, quasi tutte “liquidate” sotto la sbrigativa e mai provata accusa di essere delle “spie naziste”, ma in realtà si trattava di questioni personali…».
Intanto si preparava il clima che, piano piano, avrebbe condotto inevitabilmen-te alla tragedia che doveva travolgere Marzabotto e le frazioni vicine. Seguiamo ancora il documento Pisanò: «Per consolidare le loro posizioni tra la valle del Set-ta e quella del Reno, i tedeschi pensarono in un primo tempo di neutralizzare la presenza di “stella rossa” proponendo ai partigiani una tregua: se vi impegnate a restare tranquilli nei vostri accampamenti ed a sospendere gli attacchi alle nostre linee di comunicazione, noi vi garantiamo la cessazione di ogni rappresaglia. La proposta suscitò violente discussioni tra quelli della “stella rossa” anche perchè, come ci è stato raccontato, “Lupo” (il comandante) non era affatto alieno all’accet-tarla. Ma i comunisti ruppero gli indugi e troncarono ogni discussione: allorchè i parlamentari tedeschi tornarono nella zona e si avvicinarono a Cadotto, località sui monti di Rioveggio, dove era sistemato il comando del “Lupo”, vennero attirati in una imboscata e massacrati. Questa imboscata, contraria a tutte le leggi e le norme di guerra, imbestialì i tedeschi che decisero di agire. La pressione alleata, tra l’altro, si faceva più pesante e nella zona tra il Setta e il Reno, dovevano atte-starsi i paracadutisti della “Hermann Goering”».
«Così, per la storia, il 17 settembre del ‘44, i tedeschi fecero pubblicare su “Il
Resto del Carlino” il loro ultimatum nella cui parte finale si diceva testualmente: 1° – I tempi dell’attesa sono passati. Chi aiuta i banditi è un bandito egli stesso e ne subirà lo stesso trattamento. 2° – Tutti i colpevoli saranno puniti con la mas-sima severità. In caso di nuovo attacco a persone, mezzi di comunicazione ecc., le località dove si saranno verificati tali attentati, saranno incendiate e distrutte. Gli autori dei delitti e i loro favoreggiatori saranno impiccati sulla pubblica piazza. Questo è l’ultimo avviso agli indecisi. Firmato: Der SS Und Politzeifuehrer Oberi-talien West.
«Anche noi sulla montagna dove eravamo sfollati e dove vivevamo accanto a quelli della “stella rossa” – ci ha raccontato un superstite della strage – venimmo a conoscenza del comunicato tedesco. Molti si impressionarono. Qualcuno ten-tò di abbandonare la zona, ma i comunisti intervennero minacciando di morte chiunque avesse osato tornare a valle. Poi, per tranquillizzarci, dissero: – Non preoccupatevi. Lo sapete anche voi che gli alleati sono vicini… – Poi, c’erano loro, gli “eroici” partigiani della “stella rossa”, che diamine, di cosa doveva avere paura quella gente?».
Ecco quanto racconta al Pisanò, Attilio Canestri, un altro superstite della stra-ge: «La mattina del 29 settembre eravamo tutti a letto. Non faceva ancora giorno. A colpi di calcio di fucile i tedeschi quasi sfondarono l’uscio e ci buttarono fuori di casa svestiti, a botte e a pugni. Con gli altri di Creda e gli sfollati (forse 90 e più persone) ci chiusero in una rimessa per carri agricoli. Eravamo stretti nel came-rone pieno di urla e di pianti». «In quel camerone morirono sotto la mitraglia delle SS 91 innocenti: dov’erano i partigiani della “stella rossa” mentre si compiva la strage? E dov’erano mentre i tedeschi trucidavano 148 persone a Casaglia; 38 a Casa Benuzzi; 107 a Caprara di Marzabotto; 47 a San Giovanni; 145 tra Cadotto, Prunaro e Steccala; 49 a Cerpiano; 19 a Sperticano; 48 a Pioppe di Salvaro?…».
«È una domanda questa – prosegue l’autore – alla quale i comunisti, così sol-leciti nell’inscenare grandi manifestazioni di protesta in nome dei caduti di Mar-zabotto, dovrebbero dare finalmente una risposta. Ma poichè è da presumere che si guarderanno bene dall’accettare la sfida, la risposta la diamo noi: i comunisti di “stella rossa”, mentre centinaia di donne e bambini morivano per colpa loro, stavano fuggendo verso le ospitali linee anglo-americane. È ora di chiarire che la “brigata stella rossa” non combatté strenuamente sulle montagne di Marzabotto per difendere il suo territorio. Non uno dei 1500 partigiani comunisti morì per difendere l’esistenza di quella povera gente presa nella morsa di ferro e di fuoco delle SS» (1).
D’altra parte, a rileggere anche la sentenza emessa nell’ottobre del ‘51 a Bo-logna durante il processo che vide condannare Reder all’ergastolo, il cui testo fu pubblicato dieci anni dopo a cura del Ministero della Difesa, si leggono frasi come questa, riguardo al massacro dei civili in località Casaglia: «Rileva il Collegio che nessuno dei sopravvissuti ha parlato di partigiani presenti. Il teste Ruggeri ha detto che il giorno in cui vennero i tedeschi non c’erano partigiani, e da nessuno è fatta menzione di scambio alcuno di colpi». Così la sentenza descrive anche il mas-sacro dei 49 a Cerpiano: «Gli uomini validi si nascosero nei boschi. Assenza totale di partigiani. Mentre il teste Lamberti, altro sopravvissuto nel dibattimento ha affermato che la sera del 28, cioè prima dell’inizio dell’azione antipartigiana, vide
1 cfr. G. Pisanò “Sangue chiama sangue”, ed. Pidola.
qualche amico che sapeva essere partigiano, ma il 29 non c’era alcuno di essi». Ma la sentenza afferma ancora di più ed alla luce della valutazione odierna certe frasi sanzionate dalla Giustizia nel processo celebrato a Bologna, nella città rossa, nel ‘51, hanno un valore storico e dipingono l’eroismo partigiano in tal modo che sarà bene riprodurre testualmente: «In quei tre giorni, (durante la durata del massacro n.d.r.) i partigiani della “stella rossa”, con fierezza di uomini e dignità di soldati, vollero disgiungere il destino proprio di combattenti da quello delle popolazioni civili (…!) I partigiani (non) si fecero scudo di bimbi e donne piangenti e andarono ad “attendere” il nemico sulle ben definite posizioni della montagna».
Meglio dire che si rifugiarono sulla montagna (n.d.r.) lasciando alla furia sca-tenata dei tedeschi l’impotenza di centinaia di civili disarmati e disperati ai quali, sarà bene ripeterlo, era stato vietato proprio dai partigiani (come a S. Anna di Stazzena) di abbandonare la zona dopo l’ultimatum tedesco.
Interrogati alcuni partigiani della “stella rossa” durante la nostra permanenza nell’O.S.S., essi spiegarono la loro ritirata e la giustificarono dicendo che, a quel tempo, le notizie facevano ascendere a non meno di 20.000 gli uomini di Reder (nel processo di Bologna fu stabilito che erano soltanto 800) e il timore di essere chiusi in una morsa e circondati provocò la decisione, da parte del comando di “stella rossa”, di sganciarsi lasciando deliberatamente i civili al loro destino in quanto si presumeva che le truppe tedesche non avrebbero osato procedere al massacro indiscriminato di tutta la popolazione, come invece avvenne.
«Ora nel Sacrario di Marzabotto – conclude il Pisanò – vi sono 808 salme, e di queste, 195 sono di persone che morirono per scoppi di mine e di militari deceduti nella prima guerra mondiale. Soltanto 613 appartengono a vittime del massacro. Ma quei morti, vittime innocenti sacrificate sull’altare dello sporco giuoco comu-nista, sembrarono troppo pochi. Vennero perciò elaborati lunghi elenchi nei quali furono inseriti “d’autorità” tutti coloro che erano deceduti nelle Valli del Setta e del Reno tra l’8 settembre del ‘43 ed il 25 aprile del ‘45: morti per malattie, bom-bardamenti anglo-americani, per scoppi di mine; fascisti o presunti tali, uccisi dai partigiani e partigiani non comunisti uccisi da partigiani comunisti».
Chi redige queste note operò in quel tempo nell’O.S.S. (Office Strategie Service) della Va Armata Americana e fu distaccato, qualche mese dopo gli avvenimenti descritti, al 2° Corpo O.S.S. Detachment of Fifth Army che appunto operava tra le valli del Setta e del Reno, in località Cà Vecchi, frazione di Camugnano, circa 18 km. a sud di Marzabotto, poco distante da Vergato.
Destinato a servizi di perlustramento, informazioni e collegamenti con i parti-giani della zona, svolsi tale servizio con il coraggiosissimo Guido Bati da Firenze, oggi impiegato alle FF.SS. presso la stazione centrale di quella città. Il Bati, per il suo coraggio, viene frequentemente ricordato da autori americani ed inglesi negli episodi storici della guerra sulla Linea Gotica. Egli conserva ancora i molteplici at-testati di benemerenza e di eroismo che gli furono rilasciati dal comando militare alleato.
Con il Bati, appunto, scendevamo da Camugnano verso Riola di Vergato, sulla statale 64, la Porrettana, oltre il fronte che si trovava poco più a nord. Il nostro compito era quello di entrare nelle linee nemiche per controllare i movimenti dei tedeschi segnalandone gli spostamenti soprattutto nella zona a nord-ovest di Ver-
gato dove stazionavano e si spostavano pericolosi semoventi da 88 mm. Alcuni gruppi di partigiani della disciolta “stella rossa” si erano rifugiati, sin dalla data della strage, entro le sicure linee alleate ed in particolare, molti di loro che erano di Vergato, Marzabotto, Gaggia Montano, Monte Belvedere, si erano accampati pro-prio vicino al nostro comando, sotto Camugnano, e venivano riforniti di viveri dal nostro distaccamento. Qualche volta ci fu ordinato di condurli in pattuglia perchè assai pratici della zona. Ricordo che una notte assunsi il comando di una pattu-glia di questi partigiani che dovevano accompagnarci, me e Bati, sul Monte Pero, sempre a nord di Vergato, per localizzare e segnalare un semovente fantasma che disturbava notevolmente le posizioni alleate spostandosi di continuo nelle zone invisibili della boscaglia. Ai partigiani pratici dei luoghi era stato chiesto ripetuta-mente di individuare il punto d’appoggio del pezzo, ma non si erano mai ottenute notizie sufficienti per neutralizzare il cannone.
Una nostra indagine permise di stabilire inequivocabilmente che quei partigiani non erano mai andati alla ricerca del semovente. Così decidemmo di condurli con noi anche al fine di appurare il motivo per cui gli incarichi loro affidati dall’O.S.S. naufragavano sempre nel vuoto.
Quella notte partirono con noi, mentre Bati ed io ci tenevamo di copertura. Giunti nel fondo valle dove scorre il torrente Aneva, proprio in terra di nessuno, fra le nostre e le linee tedesche, notai un certo fermento e chiesi spiegazioni al loro capo. Non avendole ottenute, convenni che avevano timore di rientrare entro le posizioni tedesche, memori dei terribili avvenimenti del settembre. Ordinai il loro rientro alla base. Ci fu una discussione mentre qualcuno di loro, isolatamente, de-cise di accompagnarci. Noi tememmo di essere fatti fuori e preferimmo proseguire da soli.
Erano quelli della “stella rossa”. Magari provati da avvenimenti più grandi di loro. Comunque apparivano soprattutto nutriti, pasciuti di dottrine marxiste ed erano armati di tutto punto per poter far fuori tutti i fascisti che si annidavano nelle retrovie, così dicevano loro. Ma del coraggio di cui parlano ed hanno sempre parlato gli organi del PCI, neanche l’ombra.
La tragedia cui avevano assistito da lontano, sui monti o negli anfratti dei cri-nali di Monte Sole, li aveva scossi. Ma erano pronti, dicevano, dopo la partenza degli alleati dall’Italia, a far pesare il loro piombo sulle schiene degli anticomunisti per stabilire, nel nostro Paese, la “gloriosa” dittatura del comunismo, la “vera” de-mocrazia. E forse, essendo molto giovani e assai “ignari”, erano convinti di essere dalla parte della ragione, erano certi che soltanto il comunismo fosse apportatore di democrazia. «Faremo un grande bagno di sangue per purificare l’aria di tutta l’Emilia-Romagna, la Toscana, e poi giù sino a Roma a spianare la strada alle ban-diere rosse che renderemo scarlatte tuffandole nel sangue dei fascisti».
Soprattutto, erano convinti che alcuni milioni di italiani dovevano essere fatti fuori per vendicare i morti di Marzabotto. Erano persuasi che ammazzare alcuni milioni di italiani fosse una sacrosanta missione. Ne ammazzarono alcune miglia-ia, molte migliaia, e la presenza degli Alleati impedì il resto. Ora, a molta gente fa comodo dimenticare e far dimenticare i disegni comunisti di allora, ma noi che vivemmo quelle giornate a contatto di gomito con i capi delle “brigate” comuniste e che facemmo constatazioni che oggi sono dense di storia non raccontata, è rima-sto bene impresso quel “credo” impregnato di odio e di sangue. La coltre del tempo
è spessa e gli italiani hanno poca memoria e la gente, numerosa ed incredula, vota PCI! Gli imbecilli del nostro Paese paiono aumentare di numero ad ogni nuova conta, ma la storia, quando non è sovvertita per fini politici di parte, condanna, inchioda il comunismo italiano sul banco delle sue criminali responsabilità.
Non c’è ma che tenga! Il raccontare queste cose sembra giù di moda, mentre il comunismo è di moda, è di scottante attualità, tanto che, vicino allo straccio rosso con la falce e il martello, le Botteghe Oscure impongono, da qualche anno, il tricolore.
L’O.S.S. ci permise di vedere e sapere tante cose che non interessano più la curiosità di nessuno perchè la storia d’Italia è redatta secondo la necessità politi-ca contingente e ai nostri figli viene insegnata una verità secondo la quale gli eroi stanno tutti a sinistra e così i buoni, gli onesti, i puri, mentre gli italiani che non sono di sinistra, sono tutti fascisti e reprobi!
Ma abbiamo camminato troppo. Mentre eravamo rimasti con i partigiani in fer-mento al guado dell’Aneva.
Noi eravamo notoriamente anticomunisti ed avevamo ragione di temere per la nostra pelle perciò tagliammo corto rimandando ai loro giacigli i “compagni” ar-mati sino ai denti, felici di poter continuare da soli la missione che poi portammo a termine.
Infatti, dopo alcune ore, poco prima dell’alba, affidammo ai piccioni viaggiatori che avevamo portato con noi, le coordinate. Verso mezzogiorno, aerei americani dissodarono letteralmente le pendici del monte nel punto segnalato ed il semoven-te, finalmente, tacque.
Da quella notte, chiedemmo al comando del reparto alleato il disarmo immedia-to dei partigiani che pullulavano nei dintorni. E a tale proposito, dato che la nostra attività si svolgeva soltanto di notte, chiedemmo ed ottenemmo che nei nostri iti-nerari non fossero inserite pattuglie alleate e, meno che mai, pattuglie partigiane. Inoltre, ci facemmo confermare l’ordine di sparare a vista contro chiunque si fosse trovato sul nostro cammino, soprattutto perchè la nostra qualifica di anticomu-nisti agli ordini dell’O.S.S., i nostri ideali di Patria ed il nostro tricolore ci avevano già fatti condannare.
Oggi dunque, anche se la storia è generosa con noi che abbiamo operato nella Resistenza credendo negli ideali di libertà e di giustizia, contro il tedesco invasore, non dobbiamo pretendere di autonominarci tutti eroi. In realtà si è esagerato e si è spesso confuso il diavolo con le quarant’ore. Anche se non può esservi dubbio che la Resistenza costituisce una pagina gloriosa del nostro popolo, inteso a ri-scattare la libertà dando un notevole contributo di sangue ai fini dell’esito bellico, non possiamo dimenticare che il contributo sostanziale alla liberazione del nostro Paese lo dettero gli americani e gli inglesi. Ciò viene spesso dimenticato e si sfrutta ogni occasione per insultare i soldati che combattono oggi nel Viet Nam per quegli stessi ideali di giustizia e di libertà per i quali combatterono e morirono per dare anche a noi l’assetto democratico e la libertà che sovente, nella prassi comunista, diventano licenza e prepotenza.
Deve anche essere detto, coraggiosamente e senza ombra di dubbio e di offesa per nessuno, che ogni qualvolta uno o più partigiani, o sedicenti tali, ammazzava un soldato tedesco lasciandolo a marcire sul selciato di una strada o di una piaz-
za, in un paese o villaggio, credendo, forse in buona fede, di contribuire così alla liberazione del Paese, aveva anche la certezza assoluta di provocare una rappre-saglia, cioè la morte di 10 o più italiani.
Di qui non si scappa! Ancora più discutibile il fatto di entrare, come è stato fatto a quel tempo, nelle caserme dei carabinieri i quali si limitavano, come è documen-tato, a svolgere servizio di pubblica sicurezza (e Dio sa se ce n’era bisogno) entrare, dicevamo, per ammazzare selvaggiamente i militi che, ignari e fiduciosi, aprivano le porte credendo di trovarsi tra italiani.
Tutto questo perchè i partigiani preposti a tale “nobile” compito, volevano di-mostrare al comando di brigata o di divisione che loro ci sapevano fare col mitra e quindi erano degni di promozione in vista del migliore destino dell’Italia di doma-ni…
Così, se a noi che conoscevamo gli ordini del comando militare clandestino pri-ma che accadesse l’attentato di Via Rasella, a Roma, fosse dato di redigere una pagina di storia, anche se militammo nella Resistenza, non potremmo che conclu-dere alla stessa maniera dell’Eroe medaglia d’oro al V.M. della Resistenza stessa, Edgardo Sogno: «I comunisti lottarono durante la Resistenza, non tanto per libera-re l’Italia dal tedesco invasore e dal fascismo, quanto per potervi instaurare subito dopo il fatto bellico, la dittatura del comunismo!».
E quello fu lo scopo, fu la guerra privata del PCI, quella guerra che, con o senza Reder, viene fatta continuare per scopi ben precisi.
I T A L O T A S S I N A R I
Tratto integralmente da “MONDOLIBERO” periodico di Politica e Costu-me aderente all’European Freedom Council di “Pace e Libertà”. Anno II
n. 3 del giugno 1969 ~ Italo Tassinari Direttore Responsabile.
