Eccidio di Gardena

17 MAGGIO 1945
L’eccidio di Gardena avvenne il 17 maggio 1945, quando cin-que persone provenienti dalla Val Gardena furono arrestate, tor-turate ed infine uccise da partigiani nei pressi dei boschi di Pe-scul, frazione di Selva di Cadore in provincia di Belluno.

Il contesto

L’Alto Adige, dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre del 1943, si trovava nella Zona d’operazioni delle Prealpi (Operation-szone Alpenvorland, OZAV)[1]. Per prevedere una pacifica solu-zione tra i madrelingua tedeschi altoatesini, Adolf Hitler e Benito Mussolini concessero alla popolazione la possibilità di optare per un trasferimento in Germania oppure restare in Italia divenendo totalmente italiana, ovvero tra le altre cose, perdendo la possibi-lità di parlare in Tedesco. In Val Gardena l’80% della popolazione optò per il trasferimento in Germania e ciò veniva visto dai parti-giani come se la popolazione locale fosse filonazista[2]. I partigiani consideravano la formula che “optante” equivaleva a “nazista”[3].

Dall’altra parte vi è la missione di sabotaggio Tacoma, dove il maggiore Howard Chappell venne paracadutato il 27 dicembre 1944 nel bellunese e coadiuvato da un piccolo gruppo del Office of Strategic Services (OSS) composto da Salvatore Fabrega e dal

  1. (DE) Gerald Steinacher, Das “Sondergericht für die Operationszone Alpen-vorland” 1943-1945, in Südtirol im Dritten Reich, Innsbruck-Vienna-Bolza-no, Studienverlag, 2003.
  2. B. Richebuono, La presa di coscienza dei Ladini, “Ladinia” V1/1982.
  3. Gustavo Corni, Spostamenti di popolazioni nella Seconda guerra mondia-le. Una nuova fonte sulle opzioni in Sudtirolo (1939-1943), in Demokratie und Erinnerung. Südtirol – Österreich – Italien, Innsbruck-Vienna-Bolzano, Studienverlag, 2006.
  4. marconista Silsby[4][5]. La missione prevedeva un lavoro di prepa-razione tra le zone di Cortina d’Ampezzo, Brunico e Brennero, per impedire ai tedeschi di ritirarsi e difendersi nell’Alpenfestung[6].

I fatti

In tale contesto, la mattina del 15 maggio 1945, alcuni giorni dopo la fine della seconda guerra mondiale in Italia, il maggiore Chappell da Corvara in Val Badia, decise di valicare in Val Garde-na assieme a tre battaglioni di partigiani della brigata partigiana “Val Cordevole” su autocarri Dodge. L’intenzione era di arrestare e successivamente interrogare coloro che venivano considerati collaborazionisti dei nazisti ora in fuga[7]. In particolare i primi arresti e saccheggi iniziarono a Selva di Val Gardena, successi-vamente si spostarono a Santa Cristina Valgardena e quindi a Ortisei. Diverse persone furono arrestate e condotte a Corvara presso il quartier generale della brigata “Val Cordevole”, coman-data da Lino Davare, detto Ettore. Per il loro arresto si utilizza-rono le stesse accuse formulate agli italiani catturati dopo l’ar-mistizio dell’8 settembre 1943[8]. A 5 di questi vennero messi dei fili metallici intorno al collo e ad uno venne inserito in bocca un fazzoletto intriso di benzina e vennero torturati; separatamente ad ognuno di essi ponevano domande come ad esempio, dove si nascondesse Heinrich Himmler o chi aveva deposto il Tricolore.

Il 17 maggio fu deciso di portare questi cinque a Belluno, ma durante il tragitto, secondo i partigiani e l’ufficio informazioni americano, questi si dettero alla fuga per le montagne e nell’inse-guimento vennero raggiunti e quindi fucilati durante il loro ten-tativo di fuga[9]. Tale ricostruzione venne però smentita dall’am-basciatore statunitense a Roma del settembre del 1945, dove descrive le torture a loro inflitte e la morte per combustione da benzina. Anche l’allora viceprefetto della provincia di Bolzano, Walther Ammon, scriveva “essi sarebbero stati trascinati da un

  1. Sulle tracce della missione Tacoma su Corrierealpi
  2. Roderick Steve Hall (PDF).
  3. Paride Brunetti, La collaborazione con la missione “Tacoma”, in Gli Ame-ricani e la guerra di liberazione in Italia.
  4. “Relazione Comando Brigata Valcordevole” non datata, probabilmen-te dell’estate 1945. Archivio Istituto storico bellunese della Resistenza e dell’età contemporanea, busta 9 bis, fase. “Valcordevole”.
  5. Fontana, Die Ladinerfrage.
  6. La dicitura “ucciso in fuga”, era tipica nei rapporti ufficiali nazisti.

posto all’altro del Bellunese, alla fine cosparsi di benzina e bru-ciati ancor vivi legati agli alberi”.

Conclusione

I famigliari iniziarono subito a protestare per sapere la verità. Solamente nell’ottobre del 1945 i cadaveri, che erano sotterrati nel luogo dell’eccidio, vennero consegnati ai famigliari, ma so-lamente alla condizione che le casse mortuarie non venissero aperte. Le cinque tombe si trovano ora presso il cimitero di Santa Cristina. Sulle loro croci manca il giorno della morte; l’unica in-dicazione è la data “maggio 1945”.

Reazioni

Il quotidiano locale tedesco “Dolomiten” del 19 maggio 1945 non riporta alcuna notizia relativa alle uccisioni avvenute il 17 maggio, né alcun necrologio. Al contrario però fu evitato ogni ri-ferimento relativo a partigiani o soldati italiani.

L’OSS americano, tramite il quotidiano locale italiano “Alto Adige” del 26 febbraio 1946, affermò che “i cinque gardenesi non furono consegnati agli americani né si trovarono in nessun mo-mento sotto il controllo di un comando alleato”. E ancora, “i cin-que gardenesi nazisti che dopo la liberazione furono fatti prigio-nieri dai partigiani per le loro malefatte durante il periodo della dominazione nazista”[10].

Gli arrestati

Si scoprì che esisteva una “lista nera”, dove erano annotati circa cinquanta nomi di persone da arrestare[11].

Fonte Wikipedia.

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