All'annuncio dell'armistizio mi trovavo a Portorose (Istria) presso la Scuola d'Osservazione Aerea della Regia Marina situata nel locale Idroscalo, proveniente da tre anni d'imbarco sull'Incrociatore Raimondo Montecuccoli.

Rivestivo il grado di Tenente di Vascello in S.P.E. (Servizio Permanente Effettivo).

 

1. Prima del 25 luglio 1943 lei si riteneva un fascista convinto?

Il "mio fascismo" attivo si è manifestato attraverso le organizzazioni giovanili fino all'inquadramento tra gli Avanguardisti, dopo di che, a 18 anni, sono andato volontario in Marina.
Nelle FF.AA., tra cui la Regia Marina, la politica era praticamente estranea sempre però restando in me un entusiasmo per tutto quanto aveva realizzato il Regime Fascista nei miei anni giovanili.
Il Fascismo era la Patria, allora rispettata in tutto il mondo, con le sue conquiste in campo sociale (INPS, INAIL, INAM, Opera Nazionale per la protezione della Madre e dell'Infanzia ecc) industriale, sportivo, militare, con la sua giovane Aeronautica, i suoi leggendari piloti, la sua grande Marina con le splendide navi, accolte all'estero con entusiasmi incredibili, da me vissuti, purtroppo, solo per poco sulle Navi Scuola Vespucci e Colombo...
Il Governo Fascista aveva aperto la via delle Accademie Navali ed Aeronautica anche ai figli del popolo ed io ero figlio del popolo. Il "mio" fascismo era tutto questo e anche gratitudine per avermi permesso di entrare a far parte di una élite, una specie di casta una volta riservata a gente di censo assai diverso da quello di mio padre o di mia madre.
Ecco perché mi ritenevo un fascista convinto, anche se non partecipante attivo alla politica fascista; non solo prima del 25 luglio 1943, ma anche dopo, perché quei valori sono rimasti, scolpiti nell'animo di un ragazzo che ha potuto vivere in una Patria indimenticabile ed ora si trova a vivere in un Paese da dimenticare.
Lei può bene immaginare cosa passa dentro di me quando vedo la nostra Marina ridotta a fare da scorta alle Squadre Navali delle Potenze vincitrici, quando debbo vedere i nostri Ammiragli messi sotto accusa da albanesi ignoranti quanto prepotenti e discutere con loro per TV o debbo leggere i giornali che li trattano come li hanno trattati. Una vergogna!

2. Quali sono state le sue sensazioni dopo l'8 settembre?

Furono diverse da quelle dopo il 25 luglio? Le sensazioni dopo 1'8 settembre sono state sensazioni "militari".
Da 45 giorni Mussolini era stato arrestato e non si sapeva dove fosse. Il Governo fascista non esisteva più ed al suo posto c'era un nuovo Governo.
Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III ed il Capo del Governo Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio alla sera dell'8 settembre avevano proclamato per radio l'armistizio.
Armistizio (come lo interpretammo correttamente a Portorose) significava "cessazione provvisoria delle ostilità concordata dai belligeranti attraverso i comandanti supremi delle rispettive forze armate operanti" (dal Devoto-Oli).
Eravamo dei militari.
I nostri capi (per radio) ci avevano comunicato che le ostilità erano provvisoriamente cessate e che, quindi, avremmo dovuto attendere ordini "con le armi al piede", come si usava dire.
Che quell'armistizio fosse una tragica bufala che nascondeva una resa senza condizioni lo abbiamo appreso tanto tempo dopo e, nella sua integrale versione, solo dopo la fine della guerra.
Le sensazioni dopo il 25 luglio? Erano sempre il pensiero di un militare. Era caduto Mussolini.
Il Gran Consiglio del Fascismo aveva sciolto il Fascismo. Il nuovo Capo del Governo aveva detto (sempre per radio): "la guerra continua". Ed io mi apprestavo a continuare la guerra, da buon militare.
Il Fascismo? Era morto il 25 luglio.
Il "mio" fascismo era morto il 25 luglio 1943. Di esso rimaneva solo il ricordo e la gratitudine di quanto aveva fatto fino a quando io ero entrato in Marina. Rimane anche ora.

3. Nel momento di scegliere tra Mussolini ed il Re non ha creduto di venir meno al giuramento nei confronti di quest'ultimo?

Ripeto: ero un militare e per me non è mai giunto un momento di scegliere tra Mussolini ed il Re come credo non sia mai giunto per milioni di italiani.
Quel momento non poteva essere di certo la sera dell'8 settembre 1943. Mussolini era prigioniero sul Gran Sasso d'Italia (lo abbiamo appreso solo dopo la sua liberazione da parte delle SS germaniche).
Il Re a quell'ora viaggiava verso Pescara con la Regina, accompagnato dal Capo del Governo (Badoglio), dal Capo di Stato Maggiore Generale (gen. Ambrosio), dal Ministro dell'Aeronautica (gen. Sandalli), dal Ministro della Marina (amm. De Courten) e da 57 generali terrorizzati dall'idea di non potersi imbarcare su quella torpediniera "Baionetta" che li avrebbe portati in salvo a Brindisi tra le braccia di Mac Farlaine, del nemico, ancora nemico perché eravamo "armi al piede".
Se proprio vuole un mio parere, in quei momenti la scelta fu ancora militare, perché da militari, abbandonata Portorose e abbandonata Ravenna (tappa obbligata perché con due pescherecci non saremmo andati molto lontano), decidemmo di tentare di obbedire agli ordini di De Courten, di raggiungere cioè Brindisi o Taranto, uniche città ancora libere, sia dal nemico angloamericano già in Calabria ed in Campania, sia dall'ancora alleato tedesco, non ancora nemico ma in piena reazione contro 1'Italia per via del tradimento, alleato tedesco che occupava il resto della Puglia ed in particolar modo il porto di Bari. Non ce la facemmo e ci fermammo ad Ancona, dove ci fu la nostra diaspora.
Tentammo quindi di tornare alle nostre case, con i mezzi più disparati. Io tornai a Ravenna su quel trabiccolo di rimorchiatore a carbone che mi aveva portato fino ad Ancona, ripassando davanti alla mia casa di Riccione, dove, ignara di tutto, viveva nell'angoscia mia moglie (anni 23) con la prima figlia (anni 1).
Questa fu la mia scelta dopo l'8 settembre: obbedire all'ordine del Capo della Regia Marina, soffocando i miei sentimenti di marito e di padre.
Può bene immaginare cosa abbia provato quando passai davanti a quella casetta, un paio di miglia al largo, abbandonando al loro destino moglie e figlia, che non avevano notizie su di me da quasi un mese.
Ero morto? Ero in qualche carro bestiame errante verso il Brennero? Ero già in Germania? Ero fuggito al sud con qualche nave della flotta o su di un nostro idrovolante? Ero invece ad un tiro di schioppo da loro e non potevo abbandonare quella fumigante e puzzolente carretta per rifugiarmi tra le loro braccia. Sarei stato un disertore.
Ero un militare, un ufficiale della Regia Marina ed il più elevato in grado tra i nostri Ammiragli mi aveva ordinato di seguirlo a Brindisi. L'ho tentato.
Non ci sono riuscito e con me tanti altri non ci sono riusciti. Ma non avevo "scelto" il Re.
Quel signore era un fuggiasco che aveva abbandonato il suo popolo in una immane tragedia, di cui si è reso responsabile assieme al suo Badoglio.
Lei mi potrà obiettare che Sua Maestà era il Capo supremo di tutte le FF.AA. e quindi è a lui che avrei dovuto obbedienza.
C'è del vero in questo, ma è pura teoria, perché non si tiene conto della reale situazione del paese in quei momenti e dei sentimenti scatenati nell'animo di tanti soldati, aviatori, marinai e civili da quell'incredibile vicenda.
Un paese intero allo sbando, un esercito in fuga nelle campagne, divise gettate nelle discariche, migliaia di uomini, di giovani serrati dentro carri bestiame, una Flotta integra con un pennello nero di resa in testa d'albero, che si arrende a Malta senza sparare un solo colpo di cannone. Una vergogna incancellabile.
E tutto questo si chiamava Vittorio Emanuele III, quello per il quale io avrei dovuto operare una scelta. Il mio animo era in rivolta, mi creda, e se ho tentato di obbedire a qualcuno questo è avvenuto solo perché De Courten era stato il mio Ammiraglio ed era ora il mio Ministro. Lei mi incalzerà per dirmi: "Tutto ciò ha un senso per i giorni dopo 1'8 settembre; ma dopo?" Dopo, tornato Mussolini al potere con la R.S.I., io, secondo la domanda del questionario, avrei dovuto operare una scelta tra lui ed il Re.
Non c'è risposta, perche non c'è stata scelta. Le mie vicende, dopo il ritorno forzato a Ravenna, sono state di una banalità sconcertante e si sono svolte in un contesto di situazioni passate sotto silenzio dagli storici, perché sopraffatte dai più ampi e tragici avvenimenti.
Mi spiego. A Roma, la storia narra della sua mancata difesa, degli sporadici combattimenti ecc., ma non narra tutto. Con il Re era fuggito il Ministro della Marina, ma solo lui ed il suo ufficiale d'ordinanza, credo. Io ho già scritto (con un po' di ironia ma con tanta verità) che la mattina del 9 settembre al Ministero della Marina in via Flaminia mancava un solo impiegato: il Ministro. Volevo significare che a Malta si era consegnata la Flotta, che a Brindisi si era rifugiato il Ministro, ma che l'organizzazione a terra della Marina era rimasta pressoché integra. A Ravenna, infatti, nonostante il caos attorno, trovai in buona efficienza la Capitaneria di Porto, alla quale mi ero presentato nel pomeriggio del 14 settembre.
Mi fu consegnato un foglio di licenza provvisorio (naturalmente era ancora la Regia Marina a rilasciarlo) per mettermi al riparo da eventuali arresti da parte tedesca e mi fu chiesto il recapito dove inviarmi eventuali comunicazioni. Dopo di che me ne andai a trovare finalmente mia moglie e mia figlia a Riccione.
La mia vita a Riccione era occupata solo dalla lettura dei giornali e dalle ore passate al bar Zanarini di Viale Ceccarini a chiacchierare con gli amici, fino a che non decisi di rompere il silenzio della Marina e me ne andai a Roma il 25 settembre...

4. Perché ha scelto di aderire alla Decima Mas?

Credeva ancora nella possibilità di una vittoria dell'Asse o la ispiravano altre motivazioni? Come avrà capito io non ho fatto alcuna scelta.
A me risultava solo di essere "armi al piede" in attesa di ordini da parte del Ministero della Marina. Il Ministero della Regia Marina mi aveva messo in congedo provvisorio in attesa di ordini e mi aveva dato circa tre mesi di stipendio (novemila lire).
Lo stesso Ministero (divenuto nel frattempo Ministero della Marina Repubblicana) con gli stessi Ammiragli (salvo qualche defezione) mi ha richiamato in servizio e mi ha destinato a La Spezia, mentre poteva benissimo destinarmi (come ha fatto per centinaia di altri) presso qualche altro Comando, o a Trieste, o a Venezia, o a Porto Corsini, Ancona, Genova, Livorno, Savona, Imperia ecc. ecc..
Ed io sono andato a La Spezia, dove il Ministero mi aveva comandato di andare. L'unica "scelta" da me fatta fu il rifiuto categorico al Com.te Bardelli di entrare a far parte della Fanteria Marina e Bardelli mi girò a Borghese con toni abbastanza concitati.
Borghese aveva bisogno di un impresario edile ed anticipò quindi il mio avvenire di ingegnere, spedendomi con i più ampi poteri e finanze a Pallanza per ristrutturare la locale caserma degli Alpini intitolata a Luigi Cadorna.
Come vede, la domanda non può avere risposta, perché io ho ubbidito solo ad una scelta disposta da altri, dai miei superiori che hanno deciso per me il mio destino. Il fatto che attorno a noi non ci fosse più un Regno, ma una Repubblica, aveva un aspetto secondario, assurdamente secondario, ma solo un aspetto politico.
Per la Marina Militare la realtà principale, macchia indelebile, era che la Flotta "ci" avesse abbandonato, mentre in pratica, tutta l'organizzazione era rimasta ferma al suo posto. Capisco che, a mezzo secolo di distanza, un giovane di oggi possa non comprendere certe situazioni. Ma queste situazioni ci sono state e non si possono ignorare.
C'era un Re lontanissimo ed afono, relegato a governare su di un brandello d'Italia ridotto a solo due provincie.
C'erano la Sicilia, la Sardegna, la Calabria e la Campania già in mano al nemico angloamericano (occorre tenere sempre presente che la successiva "cobelligeranza" non toglieva l'Italia dalla scomoda posizione di nazione nemica vinta, posizione tolta solo con il trattato di pace di Parigi, che ci ha trattato come ci ha trattato), c'era tutto il resto dell'Italia rimasto senza Capi, in balia del caos, per eliminare il quale (per quanto possibile) si era costituita un'altra forma di Stato, una Repubblica.
Ma il Ministero della Marina era ancora quello, in parte ancora a Roma, in parte trasferito al nord, a Lonato.
Ma non solo la Marina si è trovata in quelle condizioni materiali e spirituali, di dovere continuare come se nulla fosse stato, perché c'erano milioni di italiani che dovevano continuare a vivere, lavorare, produrre in uno Stato che potesse garantire loro quello che era già in loro possesso prima dell'8 settembre 1943, come ad esempio un ordine interno. Pensi all'Arma dei Carabinieri, "nei secoli fedele".
Anche i Carabinieri avevano giurato con lo stesso giuramento da me fatto in Accademia Navale.
Ma all'8 settembre 1943 la fedeltà di quelli rimasti al nord della linea del fronte si è manifestata verso il popolo, non verso un Re fuggiasco.
Pensi a Salvo d'Acquisto, Brigadiere dei Carabinieri restato al suo posto a difendere la gente, quando ormai era stata proclamata la Repubblica Sociale Italiana; pensi al Maresciallo ed ai suoi Militi accanto alla mia Base di Fiumicino; pensi alle migliaia di Carabinieri confluiti nella Guardia Nazionale Repubblicana a presidiare i loro Comandi sparsi per tutti i paesi.
Non mi ispirarono motivazioni particolari nell'entrare a far parte della X Flottiglia MAS, mentre mi suscitò emozioni indescrivibili la decisione di Borghese, dopo il periodo edilizio a Pallanza, di farmi fare un corso accelerato di pilotaggio di un Mezzo d'Assalto e di spedirmi in guerra al comando della Base X (o Base Sud) di Fiumicino contro la testa di ponte di Anzio e Nettuno.
Credevo ancora nella possibilità di vittoria dell'Asse? A distanza di tanti anni non rammento più se l'avessi "creduto".
Diciamo che sicuramente l'ho "sperato", ma, mi creda o non mi creda, il mio pensiero principale e quotidiano (e quello dei miei ragazzi di allora) non si perdeva né in certezze né in speranze, ma solo in quello che era necessario fare per arrivare allo scontro con il nemico nel migliore dei modi. Controlli continui sull'efficienza dei mezzi, dei motori, dei siluri, dei nebbiogeni; contatti con il Comando per le necessità della Base, per i viveri, per le buste paga; visite quotidiane ai feriti all'Ospedale del Celio; preparazione dei particolari degli Ordini di Missione ecc.
Carpe diem ..

5. Qual era il principale obiettivo della Decima Mas?

Qual è stato il suo ruolo all'interno di questa formazione? Una sua definizione del Comandante Borghese Non c'è stato, nella X Flottiglia MAS, un obiettivo "principale", ma un unico obiettivo: "quello di riprendere le armi per l'Onore della Marina e dell'Italia".
Non è retorica, questa, ma una pura realtà, tradotta nella nostra canzone che già vecchi, cantiamo ancora adesso nei nostri raduni.
Dice, la 2a strofa: Navi d'Italia che ci foste tolte - non in battaglia ma col tradimento, Nostri fratelli prigionieri o morti - noi vi facciamo questo giuramento: Noi vi giuriamo che ritorneremo - là dove Iddio volle il Tricolore, Noi vi giuriamo che combatteremo - fin quando avremo pace con onore.
Questa è la canzone che ha espresso fin dall'inizio l'obiettivo della Decima e che ha fatto concludere la sua avventura nel modo auspicato.
Questa canzone è stata la mia arma definitiva verso il Comando Alleato nei colloqui di Roma, a Villa Errazuriz, sede dell'O.S.S.. Ho narrato, infatti, quanto accadde a me, fatto prigioniero nelle acque di Ancona il 15 aprile 1945 e trasportato d'urgenza a Roma.
Per quattro giorni mi hanno pressato per conoscere quali decisioni avrebbe preso Borghese a seguito della ormai prossima fine dei combattimenti, temendo che si arroccasse nel Veneto o nel Friuli per una difesa ad oltranza con tutti i Battaglioni. Io cercai tutti gli argomenti possibili, ma non erano ritenuti sufficienti o credibili, finché non mi venne l'idea di quella canzone: "... combatteremo fin quando avremo pace con onore".
La reazione fu immediata, perché nel Comando Alleato era già germinata queir idea, di cui mi ero reso conto appena catturato, quando il Tenente di Vascello Edward Lloyd, addetto all'Ammiraglio inglese, mi chiese il perché avessi ripreso le armi contro di loro nonostante l'armistizio ed io gli risposi chiedendogli a mia volta se, in caso opposto, la Home Fleet si sarebbe mai consegnata alla Kriegsmarine senza combattere, innalzando un guidone nero in testa d'albero.
Lloyd si irrigidì per un momento, poi mi stese la mano stringendo calorosamente la mia.
Da allora diventammo amici e, parlandomi di un ufficiale italiano che era entrato momentaneamente nella stanza e che lui aveva bruscamente allontanato, facendo spallucce mi disse con tono sprezzante: "è un badogliano". "Che vuoi dire?" gli chiesi. E lui: "Un individuo che tradisce gli amici per un interesse personale".
Tornando a noi, ho detto che la reazione fu immediata.
Tutti i Reparti della X Flottiglia MAS ebbero 1'Onore delle Armi. I Battaglioni che si consegnarono a Padova sfilarono armati davanti ad una rappresentanza di neozelandesi che presentava loro le armi. Altrettanto avvenne a Venezia, dove la consegna fu eseguita a seguito di una cerimonia solenne, con Santa Messa del Cappellano Militare, ammaina Bandiera e con il Sacerdote che, deposta la Bandiera sull'altare entro il recinto del Collegio Navale, la tagliò in tanti pezzetti, che distribuì ai Marò.
Il sommergibile M1 consegnatosi ad Ancona, mantenne ancora per una settimana l'equipaggio italiano e la Bandiera italiana affiancata a quella britannica. A Milano, la Decima si sciolse, come mi narrò Sandro Paini, "Oliva", Comandante partigiano della Piazza di Milano, "nel pieno rispetto della grande personalità del Comandante Borghese".
Il Maggiore Jim Angleton ed il Capitano di Fregata Carlo Resio (O.S.S. di Villa Errazuriz) si precipitarono da Roma a Milano e prelevarono Borghese per portarlo nella Capitale, lontano dalle bande irregolari di partigiani che scorazzavano impunemente in quelle zone del nord.
Mi sono intrattenuto su questo particolare, perché è stato così che la Decima ha potuto portare a termine la sua missione: finire una guerra perduta combattendo sino all'ultimo, "fin quando ha avuto pace con onore".
Il mio ruolo all'interno di quella formazione, a parte il breve periodo di Pallanza, è stato quello di Comandante della Base X dei Mezzi d'Assalto a Fiumicino contro le forze angloamericane sbarcate ad Anzio e Nettuno; di Comandante dell'Ufficio Operazioni sito ad Albissola (Savona) per la Base Ovest dei Mezzi d'Assalto di Villefranche e Sanremo e per la Base dei MAS di Imperia contro le Forze Navali alleate sbarcate in Provenza; di Comandante della Base Est dei Mezzi d'Assalto di Brioni, fino al giorno 15 aprile 1945, quando mi autoaffondai dopo il forzamento del porto di Ancona.
Una mia definizione del Comandante Borghese? "Un uomo dal coraggio e dalla freddezza incredibili". Non lo dico io, ma l'ha detto Durand de La Penne. Ma posso aggiungere: un comandante dal grande ascendente sui suoi marinai, un Principe romano che sapeva vivere da marinaio fra i marinai (stessa mensa,
stesso vitto, stesso vestiario), un uomo dalla grande disponibilità verso tutti, un signore che non alzava mai la voce, un sommergibilista e palombaro abituato alla dura vita del mare e delle profondità marine ... vado avanti?

 

 

6. Cosa pensava di Mussolini e delle sue responsabilità nella condotta della guerra?

Ero un militare, punto e basta. Non ho fatto politica e non ero iscritto ad alcun partito, né prima, né dopo l'8 settembre.
Cosa pensavo di Mussolini? È ... possibile che anche un militare possa pensare ed io infatti, mi sono permesso il lusso di pensare.
La domanda non è precisa, perché di Mussolini ce ne sono stati due.
Il primo ha coperto un arco di vent'anni ed era il DUCE della mia giovinezza. Il secondo ha coperto un arco di venti mesi ed è stato ancora il DUCE, ma un DUCE ammalato, spento, vinto, che ho ancora amato, che abbiamo ancora amato in tanti, anche nella Decima, ma che chiamavamo affettuosamente "il nonno della Repubblica", suddito di una Germania hitleriana, succube di tanti gerarchi fascisti, scomparsi dopo il 25 luglio senza difenderlo, riemersi da chissà dove dopo il suo volo dal Gran Sasso d'Italia.
La domanda è relativa certamente a quest'ultimo Mussolini e la mia risposta è nelle righe precedenti. Il mio spirito gli è rimasto fedele per tutto quello che ha fatto e rappresentato negli anni della mia giovinezza e gli è rimasto fedele anche dopo negli anni della tragedia e negli anni del ricordo.
Errori ne ha commessi, certo. Colpe ne ha avute, certo.Ma non sono questi motivi validi per abbatterlo e denigrarlo.
L'ho seguito negli anni del trionfo, l'ho seguito negli anni bui condividendone la parabola discendente.
Sue responsabilità nella condotta della guerra. Non so di quali responsabilità possa essere addossato nella "condotta" della guerra. La dichiarazione di guerra alla Francia ed all'Inghilterra reca la firma di Vittorio Emanuele III Re d'Italia e d'Albania ed Imperatore d'Etiopia ed è lui il responsabile della guerra.
Invece di attendere il 25 luglio 1943, il Re avrebbe potuto, se non arrestarlo, almeno fermare Mussolini, negando la firma su quel documento. La guerra è stata condotta da uno Stato Maggiore Generale secondo piani studiati e prestabiliti, modificati ed adattati via via che gli avvenimenti sui vari fronti lo imponevano.
La Marina aveva il suo cervello in Supermarina, annidata nelle grotte di Santarosa e di lì partivano le disposizioni alle varie Unità. Mussolini potrà avere indicato le linee strategiche generali agli Stati Maggiori delle FF.AA. ed in particolare al Capo di Stato Maggiore, Maresciallo Badoglio.
Lo ha fatto certamente, ad esempio, con la tragica decisione di attaccare la Grecia prima e l'URSS poi; tragica decisione e tragico errore. Ma la condotta tattica della guerra non lo ha visto di certo protagonista, rimanendo responsabili in mare (per quanto mi riguarda) solo gli ammiragli (quelli "da fucilare", secondo il giornalista Gianni Rocca). Questo per quanto riguarda il periodo fino al 25 luglio 1943.
Dopo tale periodo, a Mussolini non può essere imputata alcuna responsabilità nella condotta della guerra, perché la condotta delle operazioni belliche sul suolo italiano era esclusivamente nelle mani di Kesserling e di Wolff, con una sola eccezione per i Mezzi d'Assalto della X Flottiglia MAS, che hanno sempre operato in piena ed assoluta indipendenza, avendo talvolta alle proprie dipendenze Mezzi d'Assalto germanici.

7. Cosa ne pensava delle altre formazioni militari della R.S.I. e della militarizzazione del Partito voluta da Pavolini? Era al corrente dell'esistenza di gruppi politicizzati e alternativi all'esercito?

Le altre formazioni militari della R.S.I. erano le quattro grandi Divisioni addestrate in Germania e poi trasferite in Italia su vari fronti.
Non ho mai avuto contatti con esse, se non con un Reparto del San Marco di stanza a Savona e con il suo Comandante, Generale Farina.
Erano quattro magnifiche Divisioni istruite secondo i metodi della Wehrmacht ed armate con armi tedesche.
Altra formazione militare era la G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) al comando di Renato Ricci, ma non faceva parte dell'Esercito.
Era una formazione variegata, composta in parte da volontari ed in parte da carabinieri e dalla disciolta P.A.I. (Polizia Africa Italiana).
Posso sbagliare per quanto riguarda la G.N.R., perché non ho mai avuto contatti diretti con essa. So solo di tanti giovani entusiasti, che furono addestrati in varie Scuole e so solo che la G.N.R., come organo di polizia, fu la nostra principale avversaria. Fu la G.N.R., per ordine di Mussolini e di Ricci, ad arrestare Borghese. C'erano poi le Brigate Nere di Pavolini.
E' quella che lei definisce la "militarizzazione del partito". Con quelle, io non ho mai avuto a che fare e, personalmente, nelle mie Basi dei Mezzi d'Assalto non le ho mai viste.
So solo che tra le BB.NN. e la Decima non ci fu assolutamente "feeling".
Ci furono contatti solo quando, o per ordine di Pavolini o di qualche prefetto, furono effettuate azioni antipaitigiane congiunte, come nei giorni in cui Pavolini e Borghese furono feriti assieme nella zona di Ciriè.

8. Che immagini aveva degli Alleati?

Notava delle differenze tra americani ed inglesi e auspicava che uno dei due prevalesse sull'altro?
L'unica immagine che potessi avere in guerra era che erano dei nemici da distruggere prima che loro distruggessero me.
Gli uni valevano gli altri. I bombardamenti sulle città inermi - la scuola di Gorla - l'Abbazia di Montecassino - i marocchini del generale Juin - i mitragliamenti in acqua dei naufraghi - la fucilazione dei marò della Decima a Santa Maria Capua Vetere immortalata dalla CNN e da "Combat" ... un lunghissimo elenco, che potrei chiudere con quello che abbiamo passato in mano inglese nel 211 P.O.W. di Algeri prima e nel famigerato "Campo S" di Taranto fino all'aprile del 1946. Una differenza, però, la debbo fare.
Un americano non si sarebbe mai comportato in mare come si sono comportati gli inglesi, per i quali un marinaio vinto è sempre un marinaio e non un nemico da fucilare. Dopo lo scontro di Matapan, l'Ammiraglio Cunningham ordinò alle sue navi di raccogliere quanti più naufraghi italiani possibile e, vedendo che la Nave Ospedale della nostra Marina tardava, segnalò in chiaro a Supermarina, per radio, le coordinate del teatro della tragedia per accelerare i soccorsi.
In precedenza, durante la battaglia del 19 luglio 1940 fu affondato l'incrociatore Sydney ed il Comandante Novaro, gravemente ferito, fu raccolto dagli inglesi e portato ad Aìessandria d'Egitto all'ospedale della Royal Navy, dove morì dopo qualche giorno. Cavallerescamente, gli inglesi gli tributarono solenni esequie e l'onore delle armi.
Reggevano i cordoni del feretro il comandante dell'incrociatore Sydney e quelli dei caccia che avevano preso parte al combattimento.
Questa la abissale differenza. Cunningham, in Pacifico, non avrebbe mai ordinato: "Uccidete Yamamoto!", ma "Affondate le sue navi!".
Cosa auspicavo? Non auspicavo proprio niente, ma avevo la netta sensazione che gli Stati Uniti prevalessero sulle forze dell'Impero Britannico, già praticamente al collasso e che quell'Impero, al termine della guerra, si sarebbe dissolto, come infatti si è dissolto, il più sconfìtto nel conflitto mondiale.
L'impero della sterlina è tramontato, lasciando il posto all'impero del dollaro.

9. Sperava nella possibilità di un accordo tra tedeschi e angloamericani in funzione anti-russa prima della conclusione del conflitto?

Sicuramente, lo speravo, lo speravamo in tanti.
Ma perché non ci fu quell'accordo?
Su chi ricade la responsabilità del mancato accordo?
Anche Ricciottì Lazzero, accanito ricercatore storico, si è posto il quesito, apprendendo solo che gli archivi di stato inglesi saranno aperti sul caso misterioso del volo di Rudolf Hess solo nel 2017 o giù di lì.

10. Era al corrente dell'esistenza di contatti con esponenti del Regno del Sud finalizzati alla difesa dei confini orientali?

Ne ero al corrente.
Negli ambienti della Decima (non solo nei suoi comandi) eravamo al corrente di quanto poi Borghese ha scritto su questi contatti.
Ma ne avevo avuto il sospetto, poi divenuto quasi certezza, con l'attacco del 16 giugno 1944 al golfo di La Spezia (il Com.te Pagano dell'Ufficio Storico della Marina mi contesta questa grafia, assumendo che si dovrebbe scrivere "della Spezia"), da parte di uno chariot (maiale) inglese e con l'attacco di tre "gamma" italiani, trasportati dai Mezzi di Durand de la Penne e del mio amico Gigi Cugia (anche lui del Corso Alcione).
Perché Borghese mi mandò per mare quella notte con quattro barchini a pendolare su e giù per distrarre le difese costiere? Ormai è quasi certo che quell'attacco fu concordato tra Borghese e Forza (il Capitano di Vascello Forza era stato il comandante della Decima prima di Borghese ed in quel tempo comandava Mariassalto, la Decima rimasta al sud).
Poi Borghese mi mandò a Brioni ed il Capitano di Corvetta Lenzi mi mise al corrente del "Piano De Courten", divenendo quindi anch'io protagonista di quel ventilato sbarco del San Marco da proteggere contro le forze titine e degli accordi possibili con la formazione partigiana Osoppo per la difesa comune dei confini orientali.
Io personalmente ebbi ordine da Borghese di fornire armi e vestiario alla Osoppo, se mi fosse stato chiesto.
Dal com.te Lenzi seppi anche del tenente "Piave" paracadutato in Friuli e dei suoi tentativi di un accordo fra Decima ed Osoppo secondo un piano elaborato da una missione inglese in quelle zone.
Il ten. "Piave" lo conobbi poi, a guerra finita, nella Villa Errazuriz a Roma, perché anche lui faceva parte dell'OSS.

 


L'unico sito ufficiale dell' Associazione Combattenti Decima Flottiglia MAS, l'unico in assoluto, è quello che state vedendo, non perchè lo diciamo noi, ma perchè lo affermano gli avvenimenti del 3 Febbraio 2007, giorno in cui sono state fatte delle elezioni regolarissime in base allo Statuto vigente, seguendo tutti i dettami e dalle quali è risultato Presidente eletto, l'aiutante di bandiera del Comandante Junio Valerio Borghese, il Guardiamarina Bordogna Mario e gli elettori, secondo Statuto, sono stati i Veterani e gli Aderenti con i medesimi diritti e doveri e in regola con il diritto di voto.

Segreteria Nazionale di Milano
DECIMA FLOTTIGLIA MAS
C.P. 33 20091 Bresso (MI)
Telefono 377 95.30.267
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